I dati sull’inflazione statunitense di maggio 2025 hanno inviato un messaggio chiaro ai mercati e ai policymaker: le pressioni sui prezzi stanno diminuendo, e la Federal Reserve potrebbe presto avere margine per cambiare orientamento. Sia il Consumer Price Index (CPI) che il Producer Price Index (PPI) sono risultati inferiori alle attese, segnalando un rallentamento generalizzato dell’inflazione, nonostante le tensioni ancora presenti sul fronte dei dazi. Questi sviluppi, uniti ai primi segnali di rallentamento nel mercato del lavoro, hanno aumentato la probabilità di un primo taglio dei tassi a settembre — una prospettiva ora sempre più scontata dai mercati.
Secondo quanto riportato dal Bureau of Labor Statistics (BLS), i prezzi al consumo sono aumentati dello 0,1% su base mensile a maggio, al di sotto dello 0,2% previsto dagli economisti intervistati da Dow Jones. Su base annua, il CPI headline è salito del 2,4%, leggermente sopra il 2,3% di aprile, ma inferiore alla previsione del 2,5%.

L’indice core, che esclude alimentari ed energia, è anch’esso risultato più debole delle attese:
Questi dati confermano un rallentamento ampio e trasversale nelle principali componenti. In particolare:

Questa sorpresa al ribasso non era ampiamente prevista. JPMorgan, ad esempio, aveva attribuito solo una probabilità del 5% a un dato mensile core così basso (+0,1%), e i mercati erano posizionati per un’inflazione più forte.
Il rallentamento è arrivato nonostante l’introduzione da parte dell’amministrazione Trump di dazi su tutte le importazioni, annunciati ad aprile. Finora, le aziende sembrano assorbire questi costi aggiuntivi — sfruttando scorte esistenti o comprimendo i margini — ritardando il trasferimento dei rincari sui consumatori. Alcuni settori, come gli elettrodomestici (+4%) e i giocattoli (+1,3%), hanno mostrato aumenti, ma nel complesso il quadro resta moderato.
Il giorno successivo, il rapporto sul PPI ha confermato la narrativa disinflazionistica già emersa con il CPI.
Secondo il BLS:
La moderazione dei prezzi core alla produzione suggerisce che le pressioni inflazionistiche a monte non stanno crescendo, rafforzando la probabilità che la disinflazione si estenda anche al livello dei consumatori.
La convergenza tra le sorprese al ribasso di CPI e PPI rafforza la credibilità del rallentamento dell’inflazione. Con un core CPI al 2,8% YoY e un core PPI al 3,0% YoY, entrambi gli indici indicano un ritorno progressivo verso il target della Fed, anche se con velocità diverse e con una certa persistenza nei servizi — in particolare nei costi abitativi e sanitari.
È però importante sottolineare che gli effetti completi dei dazi generalmente impiegano circa tre mesi per trasmettersi lungo la catena produttiva e riflettersi sui prezzi al consumo. Considerando che gli ultimi dazi di Trump sono stati annunciati solo nell’aprile 2025 — e molti di essi sono stati successivamente sospesi o rivisti — è possibile che le letture attuali sull’inflazione non riflettano ancora pienamente il loro impatto. Ciò introduce un rischio latente: un ritorno delle pressioni inflazionistiche potrebbe manifestarsi nei prossimi mesi, man mano che le scorte vengono esaurite e le aziende rivedono le strategie di prezzo.
I dati sull’inflazione hanno generato forti movimenti nei mercati obbligazionari, mentre l’equity è rimasto più cauto. L’S&P 500 ha aperto in rialzo dopo il CPI ma ha perso slancio nel corso della giornata, mentre i Treasury hanno registrato un rally significativo, rafforzato anche da una buona asta dei decennali (High Yield inferiore al When Issued e forte domanda indiretta, BTC a 2,52).
Nel frattempo, i Fed Funds futures prezzano ora con maggiore convinzione un primo taglio dei tassi a settembre, con ulteriori riduzioni attese entro fine anno. Questa interpretazione si basa su tre elementi chiave:
Alcuni funzionari della Fed hanno espresso preoccupazione sul rischio che i dazi possano riaccendere l’inflazione — e le proiezioni interne includono persino scenari di stagflazione nel 2026. Tuttavia, al momento, l’assenza di un pass-through significativo dei dazi e il calo dei dati core aprono uno spazio di manovra per un cambio di rotta, nel caso in cui la crescita economica dovesse indebolirsi ulteriormente.
I dati di maggio su CPI e PPI offrono un messaggio coerente: l’inflazione non sta accelerando. Al contrario, sia i prezzi al consumo che quelli alla produzione stanno rallentando in modo più marcato del previsto. Queste evidenze convalidano la view di mercato secondo cui la prossima mossa della Fed sarà un taglio, con settembre come probabile punto di partenza per un ciclo di allentamento.
Tuttavia, permangono delle incognite, soprattutto legate agli effetti ritardati dei dazi di aprile, che potrebbero far risalire i prezzi nei mesi estivi. Sebbene le attuali letture supportino una svolta più accomodante, la Fed resterà orientata dai dati, bilanciando i segnali disinflazionistici con i rischi di futuri shock sui prezzi. Per ora, però, i numeri di maggio hanno aperto la porta ai tagli — e i mercati l’hanno già varcata.