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Matteo Marchetti
Analisi, Formazione, Pensieri e Approfondimenti | Gennaio 23, 2026

Aggiornamento sull’inflazione USA: il PCE di novembre conferma pressioni sui prezzi persistenti nonostante consumi solidi

La pubblicazione dei dati sui Personal Consumption Expenditures (PCE) relativi a novembre 2025, diffusa dallo U.S. Bureau of Economic Analysis (BEA) il 22 gennaio 2026, fornisce un quadro cruciale sull’andamento dell’inflazione statunitense alla fine dello scorso anno. I dati, pubblicati in ritardo a causa del blocco delle attività governative federali nella parte finale del 2025, confermano che le pressioni inflazionistiche rimangono persistenti anche in presenza di una continua espansione dei redditi e della spesa delle famiglie.

Secondo il BEA, l’indice dei prezzi PCE headline è aumentato del 2,8% su base annua a novembre, in aumento rispetto al 2,7% di ottobre. Questo dato segna un ulteriore allontanamento dall’obiettivo di inflazione del 2% della Federal Reserve e rafforza la narrativa secondo cui l’ultima fase del processo di disinflazione resta complessa. Su base mensile, i prezzi sono aumentati dello 0,2%, in linea con l’incremento registrato in ottobre, indicando un ritmo di crescita stabile ma non in accelerazione.

Un segnale altrettanto rilevante arriva dall’indice core PCE, che esclude alimentari ed energia. Anche in questo caso, i prezzi core sono cresciuti dello 0,2% su base mensile e del 2,8% su base annua a novembre, anch’essi in aumento rispetto al 2,7% di ottobre. L’allineamento tra inflazione headline e core suggerisce che le pressioni sui prezzi non siano guidate esclusivamente dalle componenti più volatili, ma riflettano trend sottostanti più ampi all’interno del paniere dei consumi.

Dal punto di vista della composizione, i dati BEA mostrano come l’inflazione dei servizi resti strutturalmente elevata, mentre i prezzi dei beni non esercitano più la forte spinta disinflazionistica osservata nelle fasi precedenti dell’anno. Nei dodici mesi fino a novembre, i prezzi dei servizi sono aumentati del 3,4%, contro un incremento dell’1,4% per i beni, evidenziando il ruolo centrale dei settori ad alta intensità di lavoro nel mantenere l’inflazione sopra il target. L’inflazione core PCE “market-based”, che esclude i prezzi imputati ed è spesso considerata un segnale più pulito della domanda sottostante, è cresciuta del 2,4% su base annua, leggermente al di sotto del core headline ma ancora ben al di sopra della zona di comfort della Federal Reserve.

Parallelamente, i dati su redditi e consumi continuano a delineare un’economia che non mostra ancora segnali di rallentamento significativo. Il reddito personale è aumentato di 80,0 miliardi di dollari a novembre, pari a una crescita mensile dello 0,3%, dopo il più contenuto +0,1% di ottobre. Anche il reddito personale disponibile è cresciuto dello 0,3%, ovvero di 63,7 miliardi di dollari, indicando che il flusso di liquidità verso le famiglie ha continuato a migliorare in termini nominali.

Al netto dell’inflazione, il reddito personale disponibile reale è aumentato dello 0,1% a novembre, invertendo la lieve contrazione osservata in ottobre. I consumi personali reali (real PCE) sono cresciuti dello 0,3%, in linea con il ritmo di ottobre, confermando che le famiglie hanno continuato a spendere a un ritmo sostenuto nonostante il livello elevato dei prezzi. In termini nominali, la spesa per consumi personali è aumentata di 108,7 miliardi di dollari, dopo il +98,6 miliardi di ottobre, con incrementi diffusi sia nei beni sia nei servizi.

La scomposizione dei consumi evidenzia uno schema ormai ricorrente. Sul fronte dei servizi, la spesa è stata trainata da sanità, servizi finanziari e assicurativi, e abitazione e utenze. Sul fronte dei beni, un contributo rilevante è arrivato da benzina e altri beni energetici, oltre che da autoveicoli e componenti. Questa composizione è particolarmente rilevante per le dinamiche inflazionistiche, poiché la spesa per servizi tende a essere più persistente e più strettamente legata alla crescita salariale.

Un’area di potenziale fragilità rimane la situazione dei bilanci delle famiglie. Il tasso di risparmio personale è sceso al 3,5% a novembre, dal 3,7% di ottobre, posizionandosi nettamente al di sotto dei livelli pre-pandemici. In termini assoluti, il risparmio personale è diminuito da 843,9 miliardi a 799,7 miliardi di dollari, suggerendo che i consumatori fanno sempre più affidamento sulla crescita del reddito corrente piuttosto che sui risparmi accumulati per sostenere i livelli di spesa. Sebbene questo comportamento non abbia ancora prodotto un rallentamento significativo dei consumi, riduce il margine di sicurezza qualora le condizioni del mercato del lavoro dovessero peggiorare.

Dal punto di vista della politica monetaria, il report PCE di novembre rafforza l’approccio prudente della Federal Reserve. L’inflazione è chiaramente inferiore ai picchi del 2022–2023, ma i dati non consentono ancora di dichiarare con fiducia la vittoria sul fronte dei prezzi. La persistenza di un’inflazione core PCE al 2,8%, combinata con una crescita stabile dei consumi reali, argomenta contro un allentamento imminente delle condizioni finanziarie. I policymaker potrebbero richiedere diversi mesi aggiuntivi di dati inflazionistici decisamente più deboli prima di considerare un taglio dei tassi.

Merita infine attenzione anche il contesto tecnico di questa pubblicazione. A causa del blocco delle attività governative, il BEA ha dovuto imputare i prezzi CPI di ottobre utilizzando la media geometrica dei dati di settembre e novembre. Sebbene ciò introduca un certo grado di incertezza nelle comparazioni mese su mese, i trend su base annua, più rilevanti ai fini della valutazione di policy, rimangono solidi e coerenti tra le diverse misure.

Nel complesso, i dati PCE di novembre delineano un’economia che resta resiliente ma continua a operare con un livello di inflazione superiore all’obiettivo della Federal Reserve. La domanda dei consumatori continua a crescere, sostenuta dall’aumento dei redditi, ma le pressioni sui prezzi (in particolare nel comparto dei servizi) si stanno dimostrando difficili da eliminare completamente. Questa combinazione suggerisce che il ritorno verso il 2% di inflazione sarà probabilmente graduale piuttosto che lineare, con una politica monetaria destinata a rimanere restrittiva fino a quando non emergeranno segnali più chiari di una disinflazione duratura.

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