La settimana di Thanksgiving si è chiusa con un quadro costruttivo ma fragile. Negli Stati Uniti l’S&P 500 è salito di circa il 3,7% e il Dow di circa il 3,2%, registrando la migliore settimana di Thanksgiving dal 2008, mentre il Nasdaq ha chiuso in calo di circa l’1,5% per prese di profitto sui titoli AI più affollati. A inizio settimana tecnologia e semiconduttori hanno guidato il rimbalzo, con Alphabet, Tesla e diversi chip maker in forte recupero, contribuendo a smorzare – almeno temporaneamente – i timori di “bolla AI”.
Sotto la superficie però i flussi si sono fatti più cauti. Dopo nove settimane consecutive di acquisti, i fondi azionari globali hanno registrato deflussi netti per circa 4,5 miliardi di dollari nella settimana fino al 26 novembre; in uscita sia i fondi azionari USA sia quelli europei, mentre i fondi su oro e metalli preziosi hanno messo a segno la settima settimana consecutiva di afflussi. Il cambio di passo riflette valutazioni “tirate” sul tech e l’incertezza lasciata dal lungo shutdown del governo USA, che ha ritardato diverse statistiche chiave. Il BEA ha infatti cancellato la prima stima del PIL USA del Q3, rinviando anche le successive, e alimentando la sensazione di “data gap” in vista del meeting Fed di dicembre.
Sul fronte consumi, il Black Friday è stato forte più nei volumi che nella qualità: la National Retail Federation stima un numero record di ~187 milioni di acquirenti USA nel periodo Thanksgiving–Cyber Monday, ma con una crescita della spesa più moderata e sconti meno aggressivi, complice l’effetto prezzi elevati e dazi. Online, i dati Adobe indicano vendite e-commerce record per il Black Friday a 11,8 miliardi di dollari, circa +9% a/a.
Anche l’infrastruttura di mercato è finita sotto i riflettori: il 28 novembre un ’importante blackout tecnico al CME legato a problemi di raffreddamento in un data center ha fermato la negoziazione di molti future chiave (FX, Treasury, indici azionari, WTI, oro) in una sessione già poco liquida, costringendo diversi broker a utilizzare prezzi interni e ricordando il rischio operativo nei derivati.
Nel mondo crypto, novembre si è chiuso con Bitcoin in parziale recupero sopra i 91.000 dollari, circa +8% nella settimana ma ancora ~30% sotto i massimi di ottobre, tra forti deflussi da alcuni ETF spot e il supporto delle aspettative di un taglio Fed a dicembre.
Questa settimana è dominata da PMI globali, dati su inflazione e domanda USA. Oggi, lunedì, arrivano i PMI manifatturieri di novembre per Cina (indici ufficiali NBS e survey privati), area euro, Regno Unito e Stati Uniti (S&P Global), insieme all’ISM Manufacturing USA e alle sue sotto-componenti su prezzi ed occupazione: primo vero test su come il manifatturiero stia assorbendo il rallentamento del commercio globale e l’incertezza sui dazi.
Martedì l’attenzione si sposta sull’Europa, con disoccupazione dell’area euro e soprattutto la stima flash HICP di novembre, inclusa la misura core: il consenso vede l’inflazione intorno al 2,1% headline e 2,4% core, sostanzialmente in linea con il target BCE e coerente con l’idea di un’inflazione “vicina al 2% per diversi anni”. Il calendario ufficiale dell’Eurosistema conferma il rilascio della flash HICP alle 12:00 CET del 2 dicembre.
A metà settimana tornano protagonisti gli Stati Uniti: ADP occupazione, ISM Services e le consuete richieste settimanali di sussidi di disoccupazione aiuteranno a raffinare il quadro del mercato del lavoro in un contesto in cui parte delle statistiche ufficiali sul Q3 sono ancora sfasate dai ritardi dovuti allo shutdown. Lunedì sera (ora USA) parlerà inoltre Jerome Powell: ogni sfumatura su come la Fed bilanci la “tenuta” del core PCE con segnali di rallentamento di attività e lavoro verrà letta con grande attenzione.
Il clou macro della settimana è venerdì, quando il BEA pubblicherà redditi e spesa personale di settembre insieme al core PCE, considerato l’ultimo termometro chiave dell’inflazione prima del meeting Fed di dicembre, affiancato da ordini alle fabbriche, aggiornamento sulla fiducia dell’Università del Michigan e altre componenti della domanda interna. In parallelo, i mercati assimileranno la flash HICP dell’area euro e una nuova tornata di PMI globali, ottenendo un quadro piuttosto chiaro del ciclo in ingresso nell’ultimo mese dell’anno.
L’avvio di settimana è improntato a cauta avversione al rischio. In Asia gli indici hanno aperto deboli, con il Nikkei penalizzato dal commento del governatore Ueda sulla possibilità di un rialzo tassi già al prossimo meeting BoJ: i rendimenti dei JGB sono risaliti ai massimi dal 2008 e lo yen si è rafforzato verso area 155 contro dollaro. I future USA sono in lieve correzione dopo il forte rally della settimana di Thanksgiving, mentre gli investitori prendono profitto soprattutto su alcuni nomi tech e si chiedono quanto margine di sorpresa positiva resti prezzato.
Sul fronte tassi, la direzione rimane verso rendimenti più bassi, ma con volatilità elevata. Il decennale USA è sceso brevemente sotto il 4% la scorsa settimana e i future sui Fed funds prezzano ora una probabilità intorno all’85–90% di un taglio da 25 bps a dicembre, sostenuti da vendite al dettaglio più deboli, fiducia dei consumatori in calo e attese di core PCE di settembre intorno a +0,2% m/m e 2,9% a/a. Nell’area euro, un’inflazione stabilizzata vicino al 2,1% riduce la pressione per nuovi tagli BCE e spinge il mercato a prezzare una lunga fase di “tassi fermi” più che un ciclo di allentamento imminente.
Sul FX, il dollaro si è lievemente indebolito nelle ultime due settimane sulla scia dei rendimenti più bassi, ma il tono risk-off di oggi e il rally dello yen legato alla BoJ complicano il quadro. Le valute ad alto beta, sia G10 sia emergenti, restano esposte a eventuali sorprese dai PMI o dal PCE che possano far ri–impennare la parte lunga della curva USA.
Nelle materie prime, il rally dell’oro in Q4 è ripartito dopo la correzione di ottobre, con prezzi tornati sopra 4.200 dollari/oncia ma ancora qualche punto percentuale sotto il record di ottobre; gli afflussi costanti in ETF sull’oro e fondi su metalli preziosi confermano una domanda di copertura crescente man mano che gli investitori riducono l’esposizione diretta alle azioni. Il petrolio ha rimbalzato dopo che l’OPEC+ ha sostanzialmente confermato l’estensione dei tagli in vigore fino all’inizio del 2026, ma resta in territorio negativo da inizio anno, tra dubbi sulla domanda e livelli di scorte ancora elevati.
Nel comparto crypto, dicembre si apre debole: Bitcoin ha perso oltre il 5% a cavallo del weekend, scendendo di nuovo sotto 87.000 dollari dopo un breve rimbalzo; nel complesso novembre è stato uno dei mesi peggiori dal 2019, con forti deflussi da alcuni ETF spot, anche se il token continua a comportarsi come un asset ad alto beta sulla narrativa dei tagli Fed.