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George Nikolaides
Analisi, Pensieri e Approfondimenti | Agosto 21, 2025

The J.P. Morgan View – Estote Parati: la calma dei mercati può precedere la tempesta

Articolo a cura di Salvatore Bilotta – sintesi e commento al report J.P. Morgan Global Markets Strategy (15 agosto 2025)

Premessa: un mercato in apparente equilibrio

Il contesto attuale è caratterizzato da mercati azionari su massimi storici, credito stretto e una Federal Reserve che si prepara a tagliare i tassi a settembre. L’inflazione resta più distante dall’obiettivo della Fed rispetto al tasso di disoccupazione, ma la debolezza dei recenti payrolls ha aperto la strada a un primo taglio. In altre parole, l’economia americana rallenta senza però precipitare: il classico scenario “Goldilocks”, né troppo caldo né troppo freddo, che tanto piace agli investitori.

KEY CHART: We expect inflation to remain sticky over the medium term

Fed, inflazione e tassi: tra realtà e percezioni

Uno dei passaggi più interessanti del report riguarda la dinamica inflazionistica e il ruolo della Federal Reserve. A luglio, l’indice dei prezzi al consumo (CPI) si è attestato al 2,7%, mentre il dato “core” – cioè depurato da componenti più volatili come energia e alimentari – è rimasto al 3,1%, in linea con le attese del mercato. Questo significa che l’inflazione sta rallentando, ma il percorso verso l’obiettivo del 2% fissato dalla Fed appare ancora lungo.

A complicare il quadro c’è stato il dato sui prezzi alla produzione (PPI), risultato più alto delle aspettative. Questo è un segnale importante, perché indica che ci sono pressioni sui costi delle imprese che non derivano soltanto dai dazi commerciali, ma da una componente più strutturale della catena dei prezzi. In altre parole, anche se il CPI mostra un raffreddamento, i rischi che i costi alla produzione vengano trasferiti ai consumatori restano concreti.

Per i prossimi mesi, J.P. Morgan si aspetta un’inflazione “sticky”, cioè “appiccicosa”: non in grado di risalire in modo significativo, ma nemmeno pronta a scendere rapidamente verso l’obiettivo del 2%. In questo scenario la Fed si trova in una posizione delicata. Da un lato i mercati hanno già prezzato un ciclo di tagli graduali dei tassi, che dovrebbero partire da settembre. Dall’altro, esiste un rischio non trascurabile: se il rallentamento dell’economia dovesse trasformarsi in una vera e propria recessione, la banca centrale sarebbe costretta a tagliare i tassi in modo più aggressivo, portando il costo del denaro molto più in basso rispetto a quanto attualmente scontato dagli investitori.

Il nodo è quindi la percezione del mercato: gli operatori guardano ai dati e si muovono di conseguenza, ma la Fed potrebbe trovarsi a dover reagire a scenari imprevisti. Per questo il report invita a non sottovalutare il fatto che dietro la calma apparente dell’inflazione si nascondano tensioni potenziali che potrebbero riaccendersi nei prossimi mesi.

KEY CHART: Market pricing in DM rates is in line with forecasts

Geopolitica: l’ombra lunga della guerra in Ucraina

Un altro punto centrale del report è l’analisi del contesto geopolitico, in particolare del conflitto in Ucraina, che continua a rappresentare una delle principali incognite per i mercati globali. La recente riunione tra Donald Trump e Vladimir Putin in Alaska ha alimentato nuove speranze su una possibile tregua. Secondo i modelli di probabilità elaborati dal mercato, le chance di un cessate il fuoco entro la fine del 2025 sono salite al 40%, rispetto al 20% stimato solo a inizio estate. Questo balzo riflette il fatto che gli investitori hanno percepito l’incontro come un segnale di apertura diplomatica.

Tuttavia, J.P. Morgan invita alla prudenza. Dal punto di vista strategico, gli obiettivi politici e territoriali della Russia non sono mutati, e questo rende ancora lontana un’intesa reale. In altre parole, il mercato ha reagito in modo molto ottimistico a un segnale simbolico, senza che vi sia stata una vera modifica dei fattori di fondo del conflitto.

Nonostante lo scetticismo degli analisti, la reazione degli asset rischiosi è stata molto evidente. L’indice JPM Ukraine Ceasefire, che misura la probabilità implicita di un accordo, è cresciuto del 28% da inizio anno, segnalando una crescente fiducia degli operatori finanziari. Ancora più marcato è stato il rally della Borsa di
Varsavia, salita del 37%, a dimostrazione di come i mercati dell’Europa orientale siano estremamente sensibili a ogni sviluppo positivo legato al conflitto.

Il messaggio di fondo è che la geopolitica resta un driver sottovalutato ma potentissimo per i mercati: basta un evento, anche solo percepito come distensivo, per innescare rally improvvisi. Il rischio, naturalmente, è che a un entusiasmo eccessivo segua una delusione altrettanto rapida se le aspettative di pace non dovessero concretizzarsi.

KEY CHART: Markets remain optimistic regarding a Russia-Ukraine Ceasefire

Azionario: rally guidato dal tech, ma occhio ai rischi

Il comparto azionario resta il cuore pulsante dei mercati, e anche in questa fase è il settore tecnologico a trainare il rally. L’innovazione legata all’intelligenza artificiale continua a catturare capitali e ad alimentare valutazioni elevate. Tuttavia, la novità delle ultime settimane riguarda la riscossa delle small cap americane: grazie alla recente aspettativa di taglio della Fed, l’indice Russell 2000 ha ripreso vigore e ha addirittura sovraperformato l’S&P 500, mostrando che la liquidità aggiuntiva tende a favorire in modo particolare i titoli più sensibili al costo del denaro.

J.P. Morgan, pur riconoscendo questa dinamica positiva, invita però a non farsi trascinare troppo dall’entusiasmo. La banca sottolinea che, nel breve termine, la preferenza va ai titoli difensivi (come utility, healthcare e beni di prima necessità) rispetto ai ciclici (industriali, materie prime, consumi discrezionali). Il motivo è semplice: i dati macroeconomici continuano a mostrare segni di debolezza e, in caso di sorprese negative, i settori difensivi tendono a offrire una protezione maggiore dalla volatilità.

In Europa, la situazione è leggermente diversa. Dopo mesi di sottoperformance, le azioni del Vecchio Continente appaiono ora più convenienti: secondo J.P. Morgan, il mercato europeo è tornato a essere valutato circa il 5-6% in meno rispetto a quello statunitense. Questo “sconto” rende le equity europee potenzialmente interessanti, anche se bisogna ricordare che la crescita degli utili rimane più debole e il contesto macro è meno dinamico.

Infine, uno sguardo al Giappone, dove la combinazione di una riforma societaria in corso – mirata a migliorare la governance e la redditività delle imprese – e valutazioni ancora appetibili continua a sostenere il rally. Qui, a differenza dell’Europa, c’è anche un forte supporto politico e un atteggiamento positivo verso gli investitori esteri, fattori che hanno reso Tokyo una delle piazze più brillanti dell’anno.

Il messaggio complessivo è che, pur in un contesto di mercati azionari forti, conviene mantenere un approccio selettivo, diversificando tra regioni e stili e prestando attenzione al mix tra titoli difensivi e ciclici.

KEY CHART: Figura 5 – Since payrolls RTY has outperformed S&P…


KEY CHART: Figura 6 – Euro area equities are about 5-6% cheap vs. US equities

Valute: il dollaro sotto pressione

Il mercato valutario riflette, forse più di altri, le divergenze di politica monetaria e la fiducia degli investitori nelle istituzioni. Attualmente, il cambio EUR/USD si trova su livelli che appaiono coerenti con il differenziale atteso tra i tassi della Federal Reserve e quelli della Banca Centrale Europea. In altre parole, il rapporto tra dollaro ed euro è oggi “in equilibrio” con quanto prezzato dai mercati sui futuri interventi delle due banche centrali.

Tuttavia, se allarghiamo lo sguardo al medio termine, J.P. Morgan individua più di un motivo per ritenere che il dollaro possa indebolirsi. Da un lato, le tariffe commerciali introdotte dagli Stati Uniti rischiano di ridurre la competitività e peggiorare la bilancia dei pagamenti americana, con conseguenze potenzialmente negative sul biglietto verde. Dall’altro, emergono crescenti preoccupazioni sull’indipendenza della Fed: eventuali pressioni politiche sull’istituto potrebbero incrinare la fiducia degli investitori internazionali, che tradizionalmente hanno visto nel dollaro una valuta rifugio.

In parallelo, in Europa si parla di un possibile “premio fiscale”: politiche comuni di sostegno all’economia, se ben coordinate, potrebbero rafforzare la fiducia nell’euro, favorendo un graduale apprezzamento rispetto al dollaro.

Lo scenario asiatico aggiunge ulteriori sfumature: il renminbi cinese (CNY) sembra avviato verso un lento e controllato rafforzamento. La PBoC, infatti, ha iniziato a restituire una certa flessibilità al cambio, dopo anni di gestione molto rigida. Questa scelta, oltre a sostenere l’internazionalizzazione dello yuan, segnala anche la volontà di Pechino di mostrare maggiore apertura ai mercati globali, pur senza rinunciare a mantenere un forte controllo sulla stabilità interna.

Il quadro valutario che ne emerge è quello di un dollaro meno dominante rispetto al passato, in un mondo multipolare dove l’euro e il renminbi possono giocare un ruolo crescente.

KEY CHART: Figura 8 – EUR/USD is in line with relative monetary policy expectations

Outlook globale

Lo sguardo di J.P. Morgan si spinge oltre il breve termine e prova a delineare i possibili scenari per il 2026. Secondo la banca, l’economia mondiale potrebbe vivere una fase di rimbalzo della crescita, frutto della combinazione di diversi fattori che, insieme, creano un contesto più favorevole rispetto a quello attuale.

Il primo motore individuato è rappresentato dagli investimenti legati all’intelligenza artificiale (AI). Questa nuova ondata tecnologica non è più confinata al settore IT, ma sta progressivamente contaminando manifattura, servizi, logistica e sanità. J.P. Morgan sottolinea che l’AI potrebbe generare un ciclo di investimenti paragonabile a quello vissuto con l’avvento di Internet, creando domanda di capitale e innovazione in molti settori.

Un secondo pilastro della ripresa è la politica fiscale espansiva negli Stati Uniti. Le misure legate ai cosiddetti bonus deprezzamenti (accelerated depreciation allowances) consentiranno alle aziende di scaricare rapidamente gli investimenti dal punto di vista fiscale. Questo incentivo dovrebbe stimolare nuova spesa per macchinari, infrastrutture e tecnologia, rafforzando il quadro economico americano.

A questo si aggiunge il supporto della politica monetaria: entro il 2026, i tagli ai tassi già effettuati dalla Fed avranno pienamente dispiegato i loro effetti sull’economia reale. Costi di finanziamento più bassi per famiglie e imprese possono tradursi in consumi e investimenti aggiuntivi, alimentando ulteriormente la crescita.

Infine, J.P. Morgan prevede una stabilizzazione del mercato del lavoro, che significa un equilibrio tra domanda e offerta di occupazione. Dopo anni di tensioni post-pandemia e l’impatto dell’automazione, il mercato del lavoro potrebbe tornare su dinamiche più regolari, sostenendo redditi e consumi senza innescare forti pressioni salariali.

Tuttavia, questo quadro roseo porta con sé anche un potenziale effetto collaterale: un ritorno delle pressioni inflazionistiche. Un’economia che cresce più velocemente, sostenuta da AI, spesa pubblica e consumi, rischia infatti di far ripartire i prezzi. Per questo motivo, J.P. Morgan ritiene probabile che la Fed non scenda troppo in basso con i tassi, fermandosi intorno al 3,5%. In altre parole, la banca centrale dovrà trovare un nuovo equilibrio tra stimolo alla crescita e controllo dell’inflazione.

KEY CHART: Tabella Global Economic Outlook Summary

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