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George Nikolaides
Analisi, Pensieri e Approfondimenti | Novembre 14, 2025

Shutdown finito, taglio di dicembre in bilico: perché la Fed sta diventando più hawkish nonostante i dati “oscurati”

La fine del più lungo shutdown della storia non basta a consolidare le attese di un ulteriore taglio dei tassi a dicembre: tra dati macro distorti, condizioni finanziarie molto accomodanti e un FOMC spaccato, il baricentro della Fed si sta spostando verso la prudenza.

1. La fine dello shutdown: governo riaperto, ma dati macro “sporchi”

Dopo 43 giorni di paralisi, il Congresso ha approvato il provvedimento per riaprire il governo federale e il presidente Trump ha firmato il disegno di legge nella serata del 12 novembre, ponendo fine al più lungo shutdown della storia USA. Le agenzie federali riaprono con un finanziamento ponte che, per la maggior parte dei dipartimenti, copre solo i prossimi mesi.

La riapertura, tuttavia, non cancella il danno economico e statistico accumulato. Dal lato macro, la Casa Bianca e i suoi consiglieri hanno già segnalato un impatto negativo sul PIL del quarto trimestre — con stime intorno a –1,5 punti percentuali di crescita e decine di migliaia di posti di lavoro persi o posticipati, come ricordato anche dal consigliere Kevin Hassett nelle interviste degli ultimi giorni. L’effetto più insidioso per la Federal Reserve, però, non è tanto il livello dell’attività economica, quanto la qualità e la tempistica dei dati che arriveranno prima del meeting del 9–10 dicembre.

Il Bureau of Labor Statistics (BLS) ha raccolto e in larga parte già elaborato il report sul lavoro di settembre, che dovrebbe essere pubblicato a breve. Molto più complicata è invece la situazione per ottobre e, potenzialmente, per novembre: la settimana di riferimento per il report di ottobre è caduta in pieno shutdown e l’ufficio statistico dovrà chiedere alle imprese di ricostruire in modo retrospettivo assunzioni e livelli occupazionali.

Citadel sottolinea che questo aumenta il rischio di errori, in particolare nel household survey, quello da cui derivano il tasso di disoccupazione e il tasso di partecipazione.

In uno scenario estremo, la pubblicazione del report di novembre potrebbe essere rimandata a dopo il FOMC di dicembre, semplicemente perché il BLS non riuscirà a smaltire in tempo l’arretrato. In altre parole: quando il FOMC si riunirà, potrebbe non avere a disposizione né un quadro chiaro di ottobre né dati completi su novembre. Meno dati, per una banca centrale, significa meno margine per prendere rischi sul fronte dei tagli.

2. Da “insurance cuts” a prudenza: il cambio di tono della Fed

Sul fronte di policy, il contesto è quello di una Fed che ha già effettuato due tagli da 25 bps nel 2025, portando il corridoio dei Fed funds intorno al 3,75–4,00%. Nella conferenza stampa successiva all’ultima riunione, Jerome Powell ha adottato un tono sorprendentemente hawkish per un meeting che aveva comunque consegnato un taglio: ha sottolineato che un ulteriore allentamento a dicembre “non è affatto scontato” e che all’interno del comitato esistono “forti divergenze di vedute”, con dissensi sia sul fronte dei falchi sia su quello delle colombe.

Nelle giornate successive, una serie di interventi dei membri della Fed ha rafforzato questa narrativa di prudenza:

  • Mary Daly (San Francisco Fed) ha parlato di rischi “più bilanciati” tra inflazione e occupazione, sottolineando che i due tagli già effettuati hanno contribuito a proteggere il mercato del lavoro, ma allo stesso tempo ha insistito sulla necessità di aspettare più dati prima di decidere su dicembre.
  • Beth Hammack (Cleveland Fed) è stata molto più netta: ha ribadito che la politica monetaria deve restare restrittiva per raffreddare un’inflazione che da oltre quattro anni viaggia stabilmente sopra il 2% e ha dichiarato di essere scettica sulla necessità di ulteriori tagli nel breve periodo, dopo essersi già opposta alla riduzione di ottobre.
  • Alberto Musalem (St. Louis Fed) ha richiamato il rischio di “condizioni finanziarie troppo accomodanti” e ha sottolineato che c’è pochissimo spazio per ulteriori allentamenti senza trasformare la stance da neutrale a eccessivamente espansiva.
  • Neel Kashkari (Minneapolis Fed), tradizionalmente tra i più sensibili al mercato del lavoro, ha riconosciuto che l’inflazione è ancora “intorno al 3%” — quindi sopra target — e che diversi segmenti del mercato del lavoro iniziano a mostrare segni di pressione; ha ricordato di essersi opposto al taglio precedente e si dice “sulla fence” riguardo a dicembre.

Il messaggio combinato è chiaro: il baricentro del FOMC si è spostato verso una pausa. Nonostante il dot plot di settembre indicasse, come scenario base, ulteriori tagli ad ottobre e dicembre, la combinazione tra dati incompleti (per via dello shutdown) e condizioni finanziarie più facili rende la Fed molto più cauta nel proseguire sulla strada dell’allentamento.

3. L’argomento di Citadel: perché il taglio di dicembre non è più lo scenario centrale

Gli analisti di Citadel sostengono in modo netto che il taglio di dicembre sia tutt’altro che garantito, e che lo scenario più probabile sia una decisione di “on hold”. La loro analisi ruota attorno a tre pilastri.

3.1 Sequenza dei dati: meno informazioni, meno incentivi a tagliare

Secondo Citadel, il primo punto riguarda l’ordine di pubblicazione dei dati. Gli analisti si aspettano che:

  • il report sul lavoro di settembre arrivi per primo ed esca “pulito”,
  • i dati di ottobre (occupazione e CPI) risultino parziali, ritardati o di qualità inferiore,
  • il report di novembre rischi di essere pubblicato solo dopo il meeting di dicembre.

In un contesto di inflazione ancora al 3% e forte incertezza sulla tenuta dell’economia reale, la logica espressa dal vice-presidente Barr — “muoversi con cautela quando l’incertezza è elevata” — diventa un criterio operativo centrale.

Citadel interpreta la dinamica così: se il FOMC arriva al meeting con meno evidenze sul deterioramento del mercato del lavoro e nessuna nuova sorpresa disinflazionistica, la soglia per un ulteriore taglio si alza. Di fatto, la “data-dependence” gioca in senso hawkish.

3.2 Mercato del lavoro: settembre solido, ottobre distorto

Il secondo pilastro riguarda lo stato reale del mercato del lavoro privato. Citadel utilizza un “Private Sector Labor Market Tracker” che combina indicatori come ADP, indici ISM di occupazione nei servizi e nel manifatturiero, piani di assunzione delle small business survey e altri dataset alternativi.

Il grafico mostra che, a settembre, questo indicatore ha registrato un salto di circa +0,3 deviazioni standard rispetto alla media recente, segnalando un quadro tutt’altro che recessivo.

3.3 Il “vote math”: una maggioranza per la pausa

Il terzo pilastro è il lavoro di mappatura delle preferenze di voto all’interno del FOMC.

Secondo gli analisti di Citadel:

  • solo 3 dei 12 votanti (Miran, Bowman, Waller) hanno espresso apertura a un taglio a dicembre;
  • almeno 6 votanti su 12 (Jefferson, Barr, Collins, Goolsbee, Musalem, Schmid) sembrano preferire uno status quo sui tassi;
  • membri non votanti ma influenti, come Bostic, Hammack e Logan, si collocano anch’essi nel campo dei “hold”.

Citadel evidenzia che Powell tende a votare in modo coordinato con Jefferson e Barr, e spesso anche con Williams. Se questa dinamica dovesse ripetersi, la coalizione “pro-pausa” raggiungerebbe almeno 8 voti su 12, sufficiente a bloccare qualsiasi tentativo di procedere con un taglio.

4. Condizioni finanziarie: il vero freno al colpo di grazia dovish

Il quarto elemento evidenziato da Citadel è la dinamica delle condizioni finanziarie. Utilizzando l’indice FCI-G, gli analisti mostrano come l’allentamento osservato negli ultimi sei mesi sia storicamente molto ampio, paragonabile alle fasi post-recessione.
Storicamente, periodi in cui l’FCI si è allentato così rapidamente sono stati seguiti, con un certo lag, da un risveglio delle pressioni inflazionistiche. In un contesto in cui l’inflazione è ancora intorno al 3%, la Fed rischierebbe di fare troppo.

5. Mercato vs. Fed: dal “quasi certo” al “toss-up”

Fino a pochi giorni fa, secondo i dati del CME FedWatch, il mercato prezzava con oltre il 60% di probabilità un ulteriore taglio da 25 bps a dicembre. Le parole più hawkish di Powell, Hammack, Musalem, Kashkari e la lettura di case come Citadel hanno però innescato un repricing significativo: le probabilità implicite sono scese nell’area del 50% o leggermente sotto, trasformando il meeting di dicembre in un vero “toss-up”.

Reuters e Bloomberg segnalano come questo cambio di aspettative si sia riflesso:

  • in una correzione degli indici azionari USA,
  • in un modesto aumento dei rendimenti dei Treasury a lunga scadenza,
  • e in un rafforzamento del dollaro rispetto ai minimi recenti.

In parallelo, l’indebolimento di parte dei dati macro è visto con cautela, ma non come prova definitiva di una recessione imminente.

6. Conclusioni operative: uno shutdown in meno, un “live meeting” in più

La fine dello shutdown toglie dal tavolo uno dei rischi politici più evidenti, ma non elimina l’incertezza macro che la Fed si troverà ad affrontare a dicembre. Anzi, il blackout temporaneo dei dati e la necessità di ricostruire alcune serie statistiche rendono più costoso, in termini di rischio di policy error, procedere con un altro taglio “di assicurazione”.

Il quadro che emerge è il seguente:

  • il mercato del lavoro non segnala un deterioramento rapido;
  • l’inflazione resta sopra target;
  • le condizioni finanziarie sono molto accomodanti;
  • il FOMC è diviso ma con una maggioranza che tende alla pausa;
  • la disponibilità di dati affidabili prima del meeting di dicembre sarà ridotta.

In queste condizioni, un taglio dei tassi richiederebbe un forte elemento catalizzatore disinflazionistico nelle prossime settimane — elemento che, almeno per ora, non è presente.
Per trader e investitori, il messaggio è chiaro: dicembre è un live meeting, ma con un’inclinazione che — ad oggi — pende verso “on hold”.

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