La Federal Reserve ha effettuato il suo primo taglio dei tassi del 2025 al meeting di settembre del FOMC, abbassando il corridoio dei Fed Funds di 25 punti base al 4,00%–4,25%. Anche se i mercati si aspettavano ampiamente questa mossa, la riunione è stata significativa per il modo in cui la Fed ha presentato la decisione: un taglio di gestione del rischio, volto a bilanciare le crescenti preoccupazioni per il mercato del lavoro con i rischi ancora presenti legati all’inflazione.
La decisione mette in evidenza il difficile equilibrio che la Fed deve affrontare in un anno segnato da un rallentamento dell’economia, da un’inflazione persistente e da pressioni politiche crescenti. Il taglio di settembre non rappresenta l’inizio di un ciclo di allentamento aggressivo, ma piuttosto il riconoscimento che i rischi legati al ritardare troppo a lungo i tagli potrebbero essere maggiori dei rischi legati ad agire troppo presto.
Il FOMC ha votato 11–1 a favore della riduzione dei tassi di 25 punti base. L’unico voto contrario è arrivato da Stephen Miran, un governatore nominato di recente, che ha spinto per un taglio più profondo di 50 punti base. Jerome Powell ha spiegato che “non c’era un ampio consenso” per un taglio maggiore e che un aggiustamento “normale” da 25 punti base era più appropriato nelle attuali circostanze.
Degno di nota il fatto che due governatori generalmente considerati “falchi” — Christopher Waller e Michelle Bowman — abbiano sostenuto la riduzione da 25 punti base, dopo aver dissentito nella riunione precedente. La loro convergenza con la maggioranza segnala che il Comitato, nonostante le differenze interne, si sta compattando su un percorso prudente ma costante di allentamento.
Il cambiamento più rilevante nello statement post-riunione è stato il riconoscimento esplicito che “i rischi al ribasso per l’occupazione sono aumentati”. Per mesi il linguaggio della Fed aveva sottolineato l’inflazione come principale fonte di preoccupazione. L’inserimento del mercato del lavoro nello statement segna un cambiamento importante nell’equilibrio del duplice mandato della banca centrale.
Il comunicato ha inoltre evidenziato come l’incertezza riguardo alle prospettive economiche rimanga elevata, riflettendo sia le dinamiche inflazionistiche persistenti sia i segnali di raffreddamento del lavoro. È particolarmente significativo che sia scomparso il riferimento a un mercato del lavoro “forte” o “solido”.
L’inflazione, inoltre, rimane definita come non solo “in qualche modo elevata” ma anche “in aumento“.

Durante la conferenza stampa, Powell ha più volte definito la decisione come un “risk-management cut”. L’espressione non è casuale: indica che la Fed ha agito non perché l’inflazione sia ormai sotto controllo, ma perché i rischi di un indebolimento economico si stanno facendo più concreti.
Powell ha sottolineato tre punti principali:
Il SEP di settembre ha mostrato un sentiero dei tassi coerente con altri due tagli da 25 punti base nel 2025 e un ulteriore −25bp nel 2026. Oltre questo orizzonte, la proiezione per il 2027 è rimasta sostanzialmente invariata rispetto a giugno, intorno al 3,0–3,25%.
Dal confronto tra i dot plot di giugno e settembre emergono tre punti:
Il messaggio complessivo è che la Fed non sta avviando un ciclo rapido di riduzioni, ma piuttosto un percorso ordinato e prevedibile, con la possibilità di modifiche in caso di nuove pressioni inflazionistiche.

Le previsioni della Fed offrono un quadro più sfumato:
Powell ha sottolineato che l’inflazione tornerà verso il 2% “nel tempo”, ma che ritardare eccessivamente i tagli potrebbe arrecare danni permanenti al mercato del lavoro.

Il meeting si è svolto in un contesto di forti pressioni politiche. Il presidente Trump ha più volte criticato Powell, invocando tagli più rapidi e profondi e arrivando persino a suggerire un rinnovamento della leadership della Fed.
Powell ha però ribadito con forza: “Le nostre decisioni si basano sui dati, non sulla politica.” La scelta di limitarsi a 25bp, nonostante la richiesta di Miran per 50bp, riflette la volontà della Fed di difendere la propria indipendenza, pur consapevole del clima politico ostile.
La reazione dei mercati è stata inizialmente caotica:
Nel complesso, i mercati hanno letto la decisione come “dovish, ma non in modo aggressivo” — favorevole agli asset rischiosi nel medio termine, ma insufficiente a scatenare un rally immediato.
Il mercato dei Treasury si posiziona per un bull-steepening: i rendimenti a breve restano ancorati alla politica della Fed, mentre le scadenze lunghe rispondono a crescita e inflazione. Gli swap sui tassi prezzano altri due tagli entro fine anno.
Il dollaro resterà dipendente dai dati. Un’inflazione sorprendentemente alta potrebbe costringere la Fed a rallentare i tagli, sostenendo il biglietto verde. Al contrario, dati deboli su inflazione e lavoro potrebbero spingere il dollaro al ribasso.
L’oro rimane supportato dalla prospettiva di tassi reali più bassi e da possibili fasi di debolezza del dollaro. Tuttavia, finché l’inflazione non mostrerà un calo convincente, l’upside resta limitato.
Il meeting di settembre ha evidenziato il difficile equilibrio della Fed:
Con un taglio “normale” da 25bp, Powell ha scelto la via della prudenza: abbastanza per riconoscere i rischi, ma non tale da compromettere la flessibilità futura. L’obiettivo è mantenere opzioni aperte: accelerare i tagli se il lavoro peggiora, frenare se l’inflazione resta ostinata.
Il meeting di settembre 2025 verrà probabilmente ricordato come il momento in cui la Fed ha allargato ufficialmente il proprio focus, includendo i rischi per l’occupazione accanto a quelli legati all’inflazione. Il cambiamento di linguaggio nello statement, l’inquadramento della decisione come taglio di “risk-management” e la cautela di Powell segnalano una banca centrale che cammina su un filo sottile.
Per gli investitori, il messaggio è chiaro: attendersi un percorso di allentamento graduale e moderato, guidato dai dati più che dalla politica. I Treasury potrebbero beneficiare di un bull-steepening, le small cap potrebbero trovare supporto, mentre il dollaro continuerà a reagire a ogni nuova pubblicazione sull’inflazione.
Il rischio principale rimane evidente: se l’inflazione si dimostrasse ostinata, il percorso di easing potrebbe bloccarsi. Al contrario, un deterioramento più rapido del mercato del lavoro potrebbe costringere la Fed ad agire in maniera più decisa. L’equilibrio resta fragile — ma con la decisione di settembre, la Fed ha mostrato di ritenere che i rischi del fare troppo poco siano finalmente pari a quelli del fare troppo.