Mercoledì 30 luglio 2025, il Federal Open Market Committee (FOMC) ha deciso di mantenere invariato l’intervallo obiettivo per il tasso sui federal funds al 4,25%–4,50%, livello stabile dal dicembre 2024. La decisione – ampiamente prevista – segna il quinto meeting consecutivo del 2025 senza modifiche ai tassi, a conferma dell’impegno della Fed verso un approccio cauto e guidato dai dati, mentre monitora l’inflazione persistente e un’economia condizionata dagli shock commerciali.
Tuttavia, la riunione non è stata affatto ordinaria. Ha visto infatti una rara dissidenza da parte di due governatori, alimentando le speculazioni sulla direzione futura della politica monetaria e sollevando interrogativi sulla capacità della Fed di preservare la propria indipendenza in un contesto sempre più politicizzato.
La decisione di lasciare invariati i tassi è stata presa con un insolito voto 9–2, poiché Michelle W. Bowman e Christopher J. Waller si sono opposti, preferendo un taglio immediato di 25 punti base. È la prima volta dal 1993 che due governatori (anziché presidenti delle Fed regionali) votano contro la decisione della maggioranza.
Il voto contrario di Bowman e Waller riflette le crescenti pressioni interne da parte di responsabili politici vicini all’amministrazione Trump, che hanno invocato un allentamento preventivo in risposta alla decelerazione dell’inflazione e all’aumento delle incertezze economiche legate ai dazi.

La dichiarazione del FOMC di luglio 2025 introduce diverse modifiche lessicali e strutturali rispetto a quella pubblicata a giugno, rispecchiando una valutazione più prudente e sfumata delle prospettive economiche.

Il presidente della Fed Jerome Powell ha adottato un tono misurato durante la conferenza stampa. Pur riconoscendo che l’economia statunitense ha mostrato “resilienza”, ha sottolineato che il lavoro sull’inflazione non è ancora concluso. Ha respinto le richieste di allentamento immediato, affermando che la politica monetaria “non è inappropriatamente restrittiva” e che il Comitato ha bisogno di una maggiore fiducia nel ritorno sostenibile dell’inflazione verso il 2% prima di procedere a eventuali tagli.
In quello che è sembrato un velato messaggio alle pressioni politiche, Powell ha ribadito che “la Fed prende decisioni basate sui dati, non sulla politica”, nonostante le ripetute pressioni pubbliche dell’ex presidente Donald Trump per un taglio dei tassi prima delle elezioni di novembre.
I mercati hanno reagito rapidamente all’orientamento della Fed e al tono restrittivo di Powell:

Il tono più prudente del FOMC sulla crescita è giustificato dai dati:
Questo scenario pone la Fed davanti a un dilemma complesso: allentare troppo presto potrebbe riaccendere le pressioni inflazionistiche; aspettare troppo a lungo potrebbe rallentare la ripresa, soprattutto in un contesto globale di crescenti tensioni commerciali.
La riunione si è svolta in un clima di forte attenzione politica. L’ex presidente Donald Trump ha ripetutamente invocato tagli dei tassi attraverso i social media e dichiarazioni pubbliche, descrivendo Powell come un ostacolo alla crescita.
Nonostante ciò, la Fed ha cercato di ribadire la propria indipendenza istituzionale, resistendo a influenze politiche di breve periodo. Tuttavia, la doppia dissidenza da parte di governatori allineati con Trump solleva dubbi su quanto la Fed riuscirà a mantenere la propria autonomia nel ciclo politico 2026–2028.
La Fed resta ufficialmente guidata dai dati, ma il tono e la divisione nel voto indicano crescenti divergenze interne. Sebbene la dichiarazione di luglio non escluda tagli, Powell non ha fornito indicazioni temporali precise.
Molti analisti di Wall Street prevedono ancora che la Fed possa iniziare a tagliare i tassi a settembre o dicembre, con 75 punti base di riduzione cumulata entro metà 2026, a condizione che l’inflazione continui a rallentare.
