Lo scorso venerdì il Bureau of Labor Statistics (BLS) ha pubblicato il rapporto sull’Indice dei Prezzi al Consumo (CPI) relativo a settembre 2025. Sebbene i dati non abbiano sorpreso in modo significativo i mercati, confermano che l’inflazione rimane un problema strutturale per l’economia statunitense: non è ancora domata, ma sembra in una fase di progressivo rallentamento. Secondo il BLS, l’indice complessivo per i consumatori urbani è aumentato dello 0,3 % su base destagionalizzata, mentre nei dodici mesi terminati a settembre l’aumento complessivo è stato del 3,0 %.
L’inflazione “core” — che esclude i settori più volatili come alimentari ed energia — è cresciuta dello 0,2 % nel mese e del 3,0 % su base annua. Pur rimanendo ben al di sopra dell’obiettivo di lungo periodo della Federal Reserve, questo dato riflette un lieve rallentamento rispetto ai mesi precedenti, quando il ritmo mensile era più sostenuto. In un contesto in cui gran parte delle statistiche macroeconomiche è sospesa a causa dello shutdown del governo, questa pubblicazione ha assunto un valore ancora più rilevante per orientare le aspettative di mercato e di politica monetaria.

L’analisi dei singoli componenti del CPI offre un quadro più dettagliato delle forze in gioco. Sul fronte energetico, l’indice dei prezzi è aumentato dell’1,5 % a settembre, trainato da un balzo della benzina del 4,1 % — il principale fattore che ha spinto verso l’alto il dato complessivo. Al contrario, altre componenti del comparto energetico hanno mostrato segni di raffreddamento: l’elettricità è scesa dello 0,5 % e il gas naturale dell’1,2 %.
I prezzi alimentari sono aumentati complessivamente dello 0,2 % nel mese: +0,3 % per il consumo domestico e +0,1 % per la ristorazione. Su base annua, il cibo per la casa è cresciuto di circa il 2,7 %, mentre quello consumato fuori casa del 3,7 %. Questi numeri indicano che le pressioni sui beni essenziali restano, ma con un ritmo inferiore rispetto ai picchi del 2022–2023.
Uno dei segnali più incoraggianti arriva dal comparto abitativo. L’indice “shelter” — che rappresenta oltre un terzo del paniere — è salito solo dello 0,2 %, mentre la sotto-voce “owners’ equivalent rent” ha registrato un incremento appena dello 0,1 %, il più contenuto dal gennaio 2021. È un segnale importante, poiché l’alloggio è una delle componenti più “rigide” dell’inflazione e spesso la più lenta a normalizzarsi. Su base annua, tuttavia, la crescita dei costi abitativi rimane intorno al 3,6 %.
Tra le altre categorie, i prezzi delle auto usate e dei veicoli a noleggio sono scesi dello 0,4 % a settembre, mentre l’assicurazione auto è diminuita dello 0,4 %. L’abbigliamento è invece aumentato dello 0,7 %, e le tariffe aeree del 2,7 %. Nel complesso, la dinamica interna dell’indice mostra una struttura mista: alcuni settori evidenziano raffreddamento, altri restano più tesi, ma il trend generale si orienta verso una graduale moderazione.

Al di là dei numeri mensili, diversi elementi strutturali stanno condizionando il percorso dell’inflazione. Il primo è l’effetto dei nuovi dazi doganali e l’aumento dei costi d’importazione. Le pressioni legate alle tariffe su beni come abbigliamento, mobili ed elettronica stanno cominciando a emergere nei dati, e rappresentano un potenziale rischio al rialzo nei prossimi mesi.
Il secondo elemento riguarda il raffreddamento dei costi abitativi, che potrebbe diventare un fattore disinflazionistico più stabile. Il dato di settembre, con l’aumento minimo dell’affitto imputato ai proprietari, potrebbe segnalare una tendenza più duratura di normalizzazione del mercato immobiliare, dopo anni di rincari eccezionali.
Terzo, l’andamento altalenante dei prezzi energetici e alimentari continua a rendere vulnerabile l’inflazione complessiva a shock temporanei. L’impennata della benzina di settembre ne è un esempio emblematico.
Infine, il contesto amministrativo. Il BLS ha confermato che la raccolta dati di settembre è stata completata prima della sospensione delle attività governative, ma la quota di prezzi imputati statisticamente è salita al 40 % dal 36 % di agosto, segno di un processo di rilevazione più complesso. Tutto ciò suggerisce che l’inflazione sta passando da una fase di accelerazione a una di crescita più lenta, ma ancora su livelli superiori a quelli coerenti con la stabilità dei prezzi.
Dal punto di vista della politica monetaria, i dati di settembre offrono alla Federal Reserve un messaggio più chiaro. Con un’inflazione complessiva vicina al 3,0 % e una core anch’essa al 3,0 %, il divario rispetto all’obiettivo del 2 % resta significativo. Tuttavia i mercati non operano più nell’ambito esclusivo di uno scenario “higher for longer”. Secondo lo strumento CME FedWatch Tool del CME Group, gli operatori accordano probabilità molto elevate – ben oltre il 90 % – a un taglio dei tassi di 25 basis point nella prossima riunione di fine ottobre, con ulteriori tagli previsti a dicembre e oltre. Nel frattempo il rendimento del decennale statunitense è sceso attorno al 4,0 %, registrando così il livello più basso dallo scorso aprile e rafforzando la convinzione del mercato che si sia avviata una fase di allentamento. I mercati azionari hanno reagito in modo coerente: chiudendo venerdì su nuovi massimi, gli operatori sembrano anticipare i tagli in arrivo, convinti che l’inflazione resti sotto controllo e che la politica monetaria possa essere ulteriormente accomodante. Il messaggio per la Fed è dunque duplice: il livello dell’inflazione impone prudenza, ma il pricing di mercato e l’andamento degli asset suggeriscono che una svolta accomodante potrebbe essere più vicina di quanto si ritenesse.

Guardando avanti, l’evoluzione dell’inflazione dipenderà da diversi elementi chiave. Il primo è la traiettoria dei costi abitativi: se la recente moderazione dovesse consolidarsi, potremmo assistere a un raffreddamento più marcato dell’inflazione dei servizi. Un secondo fattore di rischio riguarda i beni importati e l’effetto dei dazi: eventuali nuovi rincari su catene di fornitura o merci importate potrebbero riportare pressione sul lato dei beni.
Un terzo elemento è il possibile innesco di “effetti di secondo giro”, ossia un rialzo dei salari che alimenta ulteriormente i prezzi dei servizi. In un mercato del lavoro ancora rigido, questo rimane uno scenario plausibile. Inoltre, la volatilità dei prezzi energetici rappresenta una costante incognita: il +4,1 % della benzina a settembre ricorda quanto il CPI sia sensibile agli shock del petrolio. Infine, la stessa qualità dei dati statistici — compromessa dallo shutdown — costituisce un rischio interpretativo per la Fed e per i mercati, che nei prossimi mesi dovranno leggere le tendenze con prudenza.
Il messaggio complessivo è che il percorso verso la normalità dei prezzi sarà lento, condizionato da variabili esterne e vulnerabile a shock temporanei, ma la direzione di fondo resta verso la disinflazione.
Il rapporto CPI di settembre 2025 segna una fase di transizione per l’economia statunitense: l’inflazione non è più in accelerazione, ma nemmeno ancora pienamente sotto controllo. Con un aumento annuo del 3 % e una variazione mensile dello 0,3 %, il quadro indica un lento avvicinamento all’obiettivo della Fed, ma non una vittoria definitiva.
Per la banca centrale, il margine per allentare la politica monetaria esiste, ma è ristretto; per i mercati, la parola d’ordine resta “cautela”; per i cittadini, la percezione è quella di un’inflazione che rallenta ma non lascia tregua. Nei prossimi mesi, l’attenzione dovrà concentrarsi sull’evoluzione dei costi abitativi e dei servizi, sul possibile impatto dei dazi e sulle dinamiche salariali. Solo un raffreddamento duraturo di questi fattori potrà convincere la Federal Reserve che il rischio inflattivo è finalmente sotto controllo.