Il report mensile di Société Générale offre un quadro bilanciato ma ancora costruttivo sul biglietto verde: la Fed rallenta, ma i rendimenti USA restano elevati. Gli investitori valutari guardano a una fase di transizione, tra tagli moderati e divergenze globali di politica monetaria
• La Fed taglia di 25pb ma Powell lascia aperta la porta a una pausa a dicembre.
• L’euro resta debole e i mercati scommettono su un taglio BCE nel 2026.
• Sterlina sotto pressione dopo dati deludenti sull’inflazione UK.
• Yen ancora fragile, ma BoJ pronta a muoversi a dicembre.
• Tra le emergenti: real brasiliano e rand sudafricano reggono, mentre peso messicano e lira turca faticano.
Nel suo ultimo report, Société Générale descrive il dollaro come “bullish, ma a un bivio”.
Il biglietto verde ha mostrato una sorprendente capacità di tenuta negli ultimi mesi, recuperando circa il 3,7% dai minimi di settembre, spinto da due fattori chiave: i tassi reali ancora elevati e il differenziale di crescita che continua a favorire gli Stati Uniti rispetto ad altre grandi economie avanzate.
Tuttavia, secondo gli analisti della banca francese, questa fase di forza rischia di avvicinarsi a un punto di svolta.
Con la Federal Reserve che ha appena tagliato i Fed Funds portandoli nel range 3,75%-4,00%, e con il quantitative tightening ormai prossimo alla conclusione (la fine dei reinvestimenti è attesa per il 1° dicembre), il mercato inizia a percepire che la politica monetaria americana ha già fatto gran parte del percorso di normalizzazione.
In altre parole, la Fed non è più un motore di forza per l’USD, ma un fattore neutrale, e presto potrebbe diventare un elemento di riequilibrio.
Anche il presidente Jerome Powell, nel corso dell’ultima conferenza stampa, ha lasciato intendere un approccio più cauto.
Pur non escludendo nuovi tagli, ha chiarito che un’ulteriore riduzione a dicembre “non è affatto scontata”, lasciando intendere che la banca centrale preferisca attendere nuovi dati su inflazione e mercato del lavoro prima di muoversi.
Questa postura più prudente si riflette anche nei mercati: la curva OIS ora prezza solo 17 punti base di ulteriore allentamento entro fine anno, mentre le aspettative si spostano verso quattro tagli nel corso del 2026, distribuiti in modo graduale.
In questo scenario, il Dollar Index (DXY) si trova in una posizione tecnica delicata: oscilla intorno alla media mobile a 200 giorni (area 100,4), un livello chiave che divide la fase rialzista da un potenziale consolidamento.
Il biglietto verde è letteralmente sospeso tra due forze opposte: da un lato la resilienza dell’economia americana, ancora più dinamica rispetto a quella europea o asiatica; dall’altro la prospettiva di una Fed più morbida, che potrebbe nel tempo ridurre il vantaggio dei rendimenti USA.
In sintesi, il dollaro resta forte, ma la sua traiettoria futura dipenderà da un equilibrio sottile tra dati macro e tono della Fed: un equilibrio che, come sottolinea SocGen, potrebbe rendere i prossimi mesi una fase di transizione più complessa che direzionale.
📊 Grafico: USD – Pause in December?

👉 Mostra la riduzione del bilancio della Fed e l’evoluzione del SOFR-FF spread, confermando che la banca centrale entra in una fase di “politica cauta”.
Société Générale mantiene una posizione prudente sull’euro, sottolineando che il recente rimbalzo del cambio EUR/USD non basta a parlare di inversione di tendenza.
Secondo gli strategist, la moneta unica resta intrappolata in un contesto di debolezza strutturale, appesantita da una crescita economica anemica e da una Banca Centrale Europea ancora esitante nel definire una direzione chiara di politica monetaria.
Le proiezioni di SocGen sono esplicite: il cambio potrebbe scendere fino a 1,14 entro Natale, una soglia che rifletterebbe più la solidità relativa del dollaro che la fragilità dell’euro in sé.
Il punto è che la BCE continua a muoversi con il freno a mano tirato: Francoforte ha mantenuto il tasso sui depositi fermo al 2,0%, ribadendo la formula ormai classica del “data-dependent”, cioè decisioni legate ai dati macro futuri.
Una posizione che, se da un lato mostra prudenza, dall’altro trasmette una certa mancanza di convinzione.
Nel frattempo, i numeri dell’economia europea non aiutano.
L’inflazione “core” resta sotto controllo, ma è la crescita a destare preoccupazione: la Germania – locomotiva industriale dell’area euro – continua a mostrare segnali di stanchezza, con produzione in calo e ordini manifatturieri in costante contrazione.
Il resto del continente non va meglio: la Francia rallenta, l’Italia resta in una fase di equilibrio precario, e la Spagna mostra segnali misti tra turismo e domanda interna.
Questo quadro incerto si riflette anche nei mercati monetari: la curva ESTR prezza oggi meno del 50% di probabilità di un taglio dei tassi entro settembre 2026, segno che l’Europa è finita in una sorta di “limbo monetario”.
Una politica né espansiva né restrittiva, che non riesce né a stimolare la crescita né a spingere la moneta.
In questo contesto, gli strategist di Société Générale raccomandano un approccio tattico: vendere i rimbalzi su EUR/USD.
L’obiettivo tecnico resta in area 1,1350, un livello coerente con la debolezza macro e con la mancanza di catalizzatori positivi in arrivo.
Finché l’Europa non mostrerà segnali concreti di ripresa o un cambio di tono della BCE, l’euro – spiega la banca francese – resterà una valuta più da difendere che da comprare.
📊 Grafico: EUR – Selling Rallies

👉 Evidenzia la correlazione tra inflazione, dati IFO e la debolezza dell’euro, con un possibile supporto tecnico in area 1,14.
Il Giappone resta uno dei punti caldi del mercato valutario globale.
Dopo mesi di indebolimento dello yen, la situazione si fa sempre più delicata: la Bank of Japan (BoJ) ha deciso di mantenere i tassi invariati allo 0,50%, ma il voto interno del comitato rivela che qualcosa sta cambiando.
Due membri del board hanno infatti espresso la loro preferenza per un rialzo immediato di 25 punti base, un segnale che il dibattito interno si sta spostando verso una politica monetaria meno accomodante.
Questo orientamento più “falco” suggerisce che un aumento dei tassi a 0,75% nella riunione di dicembre sia ormai uno scenario molto probabile.
Sarebbe un passo simbolico ma importante: dopo anni di tassi ultra-bassi e di controllo della curva dei rendimenti, la BoJ sembra pronta ad abbandonare gradualmente la propria postura straordinariamente espansiva.
Nel frattempo, il Ministero delle Finanze segue da vicino l’andamento del cambio, definendolo una questione “di urgenza nazionale”.
E non senza motivo: la coppia USD/JPY ha superato quota 154, segnando un rialzo di circa 6% dai minimi di settembre.
Un livello che, storicamente, ha spesso rappresentato una soglia critica, oltre la quale il rischio di un intervento diretto sul mercato valutario da parte delle autorità giapponesi diventa sempre più concreto.
Société Générale, nel suo scenario base, non esclude che in assenza di un’azione ufficiale la coppia possa spingersi ancora più in alto, fino a 155,40 o addirittura 156,50, con un supporto tecnico rilevante individuato in area 151,50.
Tuttavia, gli analisti sottolineano che una svolta BoJ a dicembre – anche solo simbolica – potrebbe rappresentare l’inizio di una nuova fase per lo yen, potenzialmente in grado di invertire la tendenza ribassista che domina ormai da due anni.
In sostanza, il Giappone si trova in un momento di passaggio cruciale: il mercato inizia a scontare la fine della politica dei tassi zero, ma resta in attesa di un segnale ufficiale.
Se la BoJ confermerà un primo rialzo, accompagnato da un messaggio di maggiore fiducia sulla stabilità dei prezzi, il 2026 potrebbe segnare l’inizio del ritorno dello yen come valuta rifugio globale, dopo una lunga stagione di debolezza.
📊 Grafico: USD/JPY – Inching Towards 156.50

👉 Mostra il breakout tecnico sopra la trendline discendente, con obiettivi rialzisti a 155–156,5.
La sterlina britannica continua a mostrare segni di vulnerabilità dopo una serie di dati macroeconomici deludenti.
La sorpresa negativa arrivata con il dato sull’inflazione di settembre, più debole delle attese, ha indebolito ulteriormente il sentiment sul pound, già messo alla prova dal rallentamento dei salari nel settore privato.
Questi segnali, insieme al raffreddamento della domanda interna, alimentano la percezione che l’economia britannica stia entrando in una fase di rallentamento più marcato.
In questo contesto, la Bank of England (BoE) ha scelto di mantenere invariati i tassi al 4,0%, ma la decisione non è stata unanime.
Due membri del comitato – Swati Dhingra e Dave Ramsden – hanno infatti votato per un taglio immediato di 25 punti base, un chiaro segnale che all’interno della banca centrale il dibattito si sta spostando verso un orientamento più accomodante.
Dopo due anni di stretta monetaria aggressiva, cresce l’idea che la BoE possa aver raggiunto il limite della restrizione e che un ciclo di riduzioni, seppur graduale, possa prendere forma nel corso del 2026.
Gli analisti di Société Générale avvertono che un eventuale taglio anticipato dei tassi nel primo semestre del prossimo anno potrebbe pesare in modo significativo sulla valuta, spingendo la coppia GBP/USD sotto quota 1,30.
Tuttavia, il mercato non si è ancora sbilanciato: i trader restano in attesa di due dati chiave, il nuovo rapporto sui salari e la lettura dell’inflazione core di novembre, che saranno determinanti per capire se la BoE avrà margine per un primo intervento.
Nel frattempo, la sterlina rimane schiacciata tra due forze contrapposte: da un lato, la necessità di sostenere la crescita economica in un contesto di domanda debole; dall’altro, la preoccupazione per una discesa dell’inflazione troppo rapida, che potrebbe ridurre eccessivamente i rendimenti reali.
Finché la banca centrale non offrirà indicazioni più chiare, il pound rischia di restare intrappolato in una fase di debolezza controllata, sensibile a ogni variazione dei dati macro e delle aspettative di politica monetaria.
📊 Grafico: GBP/USD – Approaching Lower Limit of Channel at 1.3075

Il quadro emergente rimane eterogeneo:
Il panorama dei mercati emergenti resta complesso e frammentato, con traiettorie economiche e politiche molto diverse tra loro.
Société Générale descrive uno scenario “a più velocità”, in cui la tenuta delle valute dipende sempre più da fattori domestici e meno dalle dinamiche globali.
Partendo dalla Cina 🇨🇳, la banca francese osserva che l’accordo raggiunto tra Donald Trump e Xi Jinping, con la sospensione di una parte dei dazi e delle restrizioni tecnologiche, rappresenta un gesto più politico che economico.
L’impatto sui mercati, infatti, è stato modesto: il cambio USD/CNY resta ancorato in area 7,10, segno che la fiducia sulla crescita cinese rimane debole.
Gli indici PMI continuano a segnalare una contrazione dell’attività manifatturiera, confermando che la seconda economia mondiale non è ancora uscita dalla fase di rallentamento strutturale.
Passando al Brasile 🇧🇷, la situazione è l’opposto.
La Banca Centrale (BCB) mantiene il tasso Selic al 15%, un livello estremamente alto e ben superiore alla soglia considerata “neutrale”.
SocGen ritiene che questa politica restrittiva rimarrà in vigore ancora a lungo, perché le aspettative d’inflazione restano fragili e la credibilità fiscale del governo Lula non è del tutto consolidata.
L’obiettivo, per ora, è difendere la stabilità del real e contenere la volatilità sui mercati obbligazionari locali.
Scenario diverso in Messico 🇲🇽, dove la Banxico prosegue il ciclo di tagli dei tassi, portando il costo del denaro al 7,25% dopo un trimestre in cui il PIL ha registrato una contrazione dello 0,3% su base trimestrale.
Il peso messicano rimane estremamente volatile, oscillando sopra quota 18,50 contro il dollaro, penalizzato da flussi in uscita e da un clima di crescente incertezza economica interna.
Più solida appare la situazione in Sudafrica 🇿🇦, dove il rand mostra una sorprendente resilienza.
Il Paese ha beneficiato di forti afflussi di capitali obbligazionari, per un totale di oltre 132 milioni di dollari, il dato più alto dalla fine del 2024.
Questo ha contribuito a stabilizzare il cambio USD/ZAR attorno a 17,30, mentre gli investitori internazionali tornano gradualmente a cercare rendimento nei mercati africani.
Infine, la Turchia 🇹🇷 vive un momento di apparente tregua politica, dopo la decisione della Corte costituzionale sul leader dell’opposizione, che ha ridotto le tensioni interne.
Tuttavia, l’economia turca resta sotto forte pressione: l’inflazione viaggia ancora al 32% su base annua, e la banca centrale si prepara a un nuovo taglio dei tassi a dicembre, che dovrebbe portare il costo del denaro al 37,5%.
Un taglio che – sottolinea SocGen – rischia di riaccendere le pressioni sulla lira, già fragile e vulnerabile agli shock esterni.
In sintesi, il quadro emergente si conferma profondamente eterogeneo: mentre alcuni Paesi, come Brasile e Sudafrica, riescono a mantenere la fiducia dei mercati grazie a politiche più credibili, altri – come Cina, Messico e Turchia – restano intrappolati tra fragilità interne e un contesto globale che non concede margini di errore.
📊 Grafico: USD/CNY – Multi-year Trend Line Near 7.08 Is Key Support

Nelle conclusioni del report, Société Générale traccia un messaggio chiaro: il dollaro resterà la valuta dominante anche nel 2025, ma la fase di forza esplosiva che ha caratterizzato gli ultimi mesi sembra ormai alle spalle.
Il biglietto verde continua a godere del suo ruolo di riferimento globale, sostenuto dai rendimenti ancora elevati e da un’economia americana più solida rispetto alle principali controparti, ma il contesto sta lentamente cambiando.
Secondo gli analisti, il mercato valutario sta entrando in una nuova fase più equilibrata, dove le divergenze di politica monetaria e il ritorno dei flussi di capitale verso i Paesi emergenti inizieranno a ridistribuire le forze in campo.
Da un lato, la stabilizzazione dell’inflazione e l’avvicinarsi delle banche centrali a tassi più neutri riducono l’appeal del dollaro come “rifugio remunerato”; dall’altro, il graduale miglioramento delle prospettive globali riaccende l’interesse per valute più rischiose ma con rendimenti reali più interessanti.
Come sintetizza Kenneth Broux, Head of FX Strategy di SocGen:
“La dominanza del dollaro non è finita, ma la parte facile del rally è ormai alle spalle.”
In pratica, il grosso del movimento rialzista è già stato fatto.
Ora si apre una fase in cui il dollaro potrebbe mantenere la leadership, ma in modo più selettivo e meno lineare.
Gli investitori dovranno abituarsi a un mercato più tecnico e frammentato, dove la gestione attiva delle posizioni valutarie e l’attenzione ai differenziali di rendimento torneranno centrali.
Per il 2026, Société Générale immagina un anno di “rotazione valutaria”, in cui le opportunità non verranno più dal semplice trend direzionale del biglietto verde, ma dal modo in cui le singole banche centrali – dalla Fed alla BCE, fino alla BoJ – calibreranno tempi e modalità del ciclo di allentamento.
Un mondo, insomma, in cui il dollaro resta forte, ma non più invincibile, e dove la selezione delle valute diventerà una partita di finezza più che di forza.