La guerra con l’Iran sta generando uno shock energetico tra i più rilevanti della storia recente.
Il confronto con crisi passate mostra dinamiche simili sui prezzi, ma anche differenze cruciali nella struttura del mercato e nella reazione degli asset finanziari.

Il mercato sta affrontando una delle più grandi interruzioni dell’offerta petrolifera degli ultimi decenni.
La riduzione del traffico nello Stretto di Hormuz, punto di transito per circa il 20% del petrolio globale, ha bloccato milioni di barili al giorno.
A differenza del passato, la capacità di compensare lo shock è limitata: la spare capacity dei principali produttori risulta insufficiente per sostituire rapidamente i flussi interrotti.
Questo rende lo shock attuale particolarmente sensibile per i mercati, perché non riguarda solo il prezzo, ma la disponibilità fisica dell’energia.

L’impennata del petrolio segue dinamiche già osservate in altri conflitti.
I prezzi sono saliti rapidamente dopo l’inizio delle ostilità, con un’accelerazione comparabile a quella registrata durante la Guerra del Golfo del 1990.
Tuttavia, il contesto macro è diverso rispetto al passato.
Oggi i mercati partono da livelli di inflazione già elevati e da politiche monetarie restrittive, amplificando l’impatto dello shock energetico sull’economia globale.

Le borse stanno mostrando una reazione coerente con gli shock geopolitici precedenti: volatilità elevata e correzioni iniziali.
Tuttavia, la storia suggerisce che il vero impatto si manifesta nel tempo, attraverso inflazione più alta, margini aziendali sotto pressione e condizioni finanziarie più rigide.
Nel 2022, ad esempio, lo shock energetico legato alla guerra in Ucraina ha inizialmente avuto un impatto limitato sull’equity, ma ha successivamente contribuito a un calo significativo legato al repricing dei tassi.
Un elemento che distingue l’attuale crisi è il comportamento dei rendimenti obbligazionari.
In passato, gli shock geopolitici tendevano a favorire i bond come asset rifugio.
Oggi, invece, l’aumento delle aspettative di inflazione sta spingendo i rendimenti verso l’alto, replicando in parte la dinamica osservata nel 2022.
Questo cambia completamente la struttura del mercato: gli investitori non trovano più una protezione automatica nei titoli di Stato, aumentando la volatilità complessiva del sistema finanziario.
La differenza più importante rispetto al passato non è lo shock in sé, ma il contesto in cui avviene.
Negli anni ’90 o nel 2020, le banche centrali avevano margine per intervenire con politiche espansive.
Oggi, invece, partiamo da un contesto di inflazione elevata e tassi già restrittivi.
Per i trader questo implica un cambio di paradigma: non basta osservare il petrolio, ma bisogna analizzare come lo shock si trasmette a inflazione, tassi e crescita.
È questa catena di trasmissione che determinerà la direzione dei mercati nei prossimi mesi.