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Matteo Marchetti
Analisi, Formazione, Pensieri e Approfondimenti | Marzo 18, 2026

Fed sotto i riflettori mentre il petrolio ritraccia, ma la guerra con l’Iran continua a tenere i mercati sotto pressione

I mercati globali arrivano alla decisione della Federal Reserve con un tono leggermente più costruttivo, ma il quadro macro di fondo resta fragile. Le borse asiatiche hanno guadagnato terreno mercoledì e i future USA si sono mossi al rialzo dopo il ritracciamento del petrolio dai massimi recenti, offrendo un sollievo temporaneo agli asset rischiosi. Questo rimbalzo è stato favorito sia dall’idea che parte dei flussi energetici possa normalizzarsi, sia dalla speranza che la Fed eviti un messaggio eccessivamente hawkish. Tuttavia, gli investitori continuano a muoversi in un contesto dominato dal rischio energetico legato alla guerra e da aspettative sui tassi in rapida evoluzione.

Il punto centrale non è più soltanto se la Fed lascerà i tassi invariati stasera. Questo esito è ampiamente atteso. Ciò che conta davvero è il modo in cui i policymaker descriveranno il trade-off tra rischio inflazione e rischio crescita dopo lo shock petrolifero legato al conflitto con l’Iran. Il mercato ha già rivisto in modo significativo il pricing dei tagli dei tassi nel 2026, perché il ritorno del greggio sopra area 100 dollari ha riacceso il timore che carburanti più cari possano rallentare ulteriormente il processo disinflazionistico. Allo stesso tempo, diversi analisti ritengono che il mercato possa star sopravvalutando quanto un’inflazione energetica temporanea cambierà davvero la funzione di reazione della Fed, soprattutto se il mercato del lavoro dovesse continuare a indebolirsi e se lo shock sul petrolio si rivelasse meno persistente del previsto.

Questa tensione spiega l’attuale configurazione cross-asset. Il petrolio resta il principale canale di trasmissione macro, ma non sta più salendo in linea retta. Il Brent è sceso di circa il 2% e il greggio USA di circa il 3,6% nella mattinata di mercoledì, mentre gli operatori hanno interpretato alcuni sviluppi recenti come una riduzione della probabilità di uno scenario di interruzione immediata più estremo. Questo ha sostenuto soprattutto i listini di Giappone e Corea del Sud, due mercati molto sensibili ai costi energetici importati. Anche Reuters ha evidenziato un recupero del sentiment in Asia, con il Nikkei in rialzo di oltre il 2% e l’azionario sudcoreano in forte recupero, mentre il greggio arretrava e l’attenzione si spostava sul dot plot della Fed e sul messaggio di Powell.

Il problema macro di fondo, però, non è affatto risolto. Il conflitto ha già spinto il petrolio fortemente al rialzo dalla fine di febbraio, e gli economisti avvertono che, se il greggio dovesse restare vicino o sopra i 100 dollari a lungo, il risultato potrebbe essere una crescita USA più debole, un’inflazione più vischiosa e meno tagli dei tassi rispetto a quanto il mercato sperava solo poche settimane fa. Ed è proprio per questo che la comunicazione della Fed conta così tanto oggi: gli investitori vogliono capire se la banca centrale vede ancora spazio per un allentamento più avanti nell’anno, oppure se la combinazione di inflazione energetica e incertezza geopolitica sia sufficiente a spingere il FOMC verso una postura più difensiva.

In termini pratici, il mercato sta cercando di prezzare contemporaneamente due narrative opposte. La prima è che il calo del petrolio e la tenuta dell’azionario suggeriscano che la fase più acuta del panico immediato possa essere alle spalle. La seconda è che la guerra con l’Iran continui a distorcere aspettative di inflazione, domanda di beni rifugio e assunzioni di politica monetaria globale. La riunione della Fed non risolverà la crisi geopolitica, ma può determinare se gli investitori usciranno dalla giornata con una sensazione di stabilità di policy — oppure con l’idea che il prossimo spike del petrolio possa rendere il trade-off macro ancora più difficile.

 

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