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George Nikolaides
Analisi, Formazione, Pensieri e Approfondimenti | Dicembre 19, 2025

CPI USA – Novembre 2025: l’inflazione rallenta più del previsto, ma le lacune nei dati offuscano il quadro complessivo

L’ultima pubblicazione dell’Indice dei Prezzi al Consumo (CPI) degli Stati Uniti relativa al mese di novembre ha offerto ai mercati un segnale cautamente incoraggiante sul fronte dell’inflazione, rafforzando la narrativa di una graduale disinflazione. Sia l’inflazione headline sia quella core sono risultate leggermente più deboli delle attese, sostenendo l’idea che le pressioni inflazionistiche stiano continuando a ridursi con il rallentamento dell’economia. Tuttavia, questa lettura presenta anche un’importante avvertenza: i dati sono stati raccolti in un contesto di parziale shutdown del governo statunitense, introducendo lacune e revisioni insolite che richiedono un’interpretazione attenta.

Secondo la pubblicazione ufficiale del CPI da parte del Bureau of Labor Statistics (BLS), l’inflazione headline è cresciuta meno del previsto sia su base mensile sia su base annua, mentre anche l’inflazione core — che esclude le componenti più volatili di cibo ed energia — ha mostrato segnali di moderazione. L’inflazione annua dei prezzi al consumo si è attenuata più di quanto anticipato dagli economisti, rafforzando la percezione che l’orientamento restrittivo della politica monetaria della Federal Reserve stia producendo gli effetti desiderati sulla domanda e sul potere di determinazione dei prezzi.

Inflazione core: progressi, ma ancora disomogenei

L’inflazione core rimane la metrica chiave per i policymaker, poiché fornisce un segnale più chiaro sulle tendenze inflazionistiche sottostanti. I dati di novembre hanno mostrato un’ulteriore decelerazione, in particolare nelle categorie legate ai beni, che continuano a beneficiare del miglioramento delle catene di approvvigionamento e di una domanda dei consumatori più debole. La disinflazione dei beni resta un tema ricorrente, riflettendo sia il calo dei costi degli input sia una spesa discrezionale più contenuta.

L’inflazione dei servizi, tuttavia, continua a presentare un quadro più complesso. Mentre alcune categorie hanno mostrato segnali di moderazione, altre — in particolare quelle legate a servizi ad alta intensità di lavoro — rimangono persistenti. Inoltre, è importante evidenziare che l’inflazione degli affitti (shelter), pur continuando a rallentare, contribuisce ancora in modo significativo all’inflazione core. Questo rafforza le preoccupazioni della Fed sul fatto che l’inflazione dei servizi possa rimanere elevata anche in presenza di un calo dell’inflazione headline.

L’effetto dello shutdown: dati mancanti e stimati

Uno degli aspetti più rilevanti di questa pubblicazione del CPI è il riconoscimento del fatto che alcune parti dei dati siano state influenzate dallo shutdown del governo statunitense. Il BLS ha confermato che alcuni dati sui prezzi non sono stati raccolti oppure sono stati stimati utilizzando metodologie statistiche alternative. Questo introduce un ulteriore livello di incertezza, in particolare per quelle categorie in cui la raccolta diretta dei dati sul campo è fondamentale.

Sebbene i dati complessivi del CPI siano considerati affidabili, alcune sotto-componenti potrebbero essere soggette a revisioni future una volta ripristinata la piena attività di raccolta dei dati. Ciò implica che i confronti mese su mese — soprattutto per specifiche categorie dei servizi — debbano essere interpretati con cautela. Per investitori e decisori politici, lo shutdown complica la distinzione tra una disinflazione genuina e distorsioni statistiche temporanee.

Reazione dei mercati e implicazioni di politica monetaria

I mercati finanziari hanno reagito positivamente a una lettura dell’inflazione più debole del previsto, con un calo dei rendimenti obbligazionari e un rafforzamento dei future azionari nelle prime fasi di contrattazione. I dati rafforzano le aspettative secondo cui la Federal Reserve potrebbe continuare a tagliare i tassi nel corso del 2026 qualora l’inflazione proseguisse nel suo percorso di raffreddamento.

Tuttavia, gli analisti avvertono che la Fed guarderà probabilmente oltre un singolo dato sul CPI, soprattutto se condizionato da limitazioni nella qualità dei dati. Ci si attende che i policymaker pongano maggiore enfasi sulle tendenze inflazionistiche di fondo, sulla dinamica salariale e sui prossimi dati macroeconomici — in particolare sull’indice dei prezzi delle spese per consumi personali (PCE), che rimane la misura di inflazione preferita dalla Federal Reserve.

Inoltre, sebbene il report sul CPI rafforzi la tesi di un orientamento di politica monetaria meno restrittivo, non fornisce ancora elementi sufficienti per giustificare un cambio di rotta imminente. La persistenza dell’inflazione dei servizi e l’incertezza introdotta dallo shutdown suggeriscono che la Fed continuerà a mantenere un tono prudente nella propria comunicazione.

Conclusione: la disinflazione prosegue, ma con riserve

Il report sul CPI di novembre fornisce ulteriori evidenze del fatto che l’inflazione negli Stati Uniti stia gradualmente rallentando, a sostegno della più ampia narrativa disinflazionistica sviluppatasi nel corso dell’ultimo anno. Letture più deboli sia dell’inflazione headline sia di quella core indicano che le condizioni finanziarie più restrittive stanno progressivamente trasmettendosi all’economia reale. Tuttavia, le circostanze insolite che hanno accompagnato questa pubblicazione — in particolare l’impatto dello shutdown del governo statunitense — implicano che i dati non debbano essere interpretati senza un’adeguata contestualizzazione.

Di conseguenza, questo dato sul CPI è meglio considerarlo come un segnale costruttivo ma incompleto. Saranno necessarie conferme dai prossimi rilasci, soprattutto da quelli non influenzati da interruzioni nella raccolta dei dati, prima di trarre conclusioni definitive sulla traiettoria dell’inflazione e sulle tempistiche di un eventuale cambio di orientamento della politica monetaria della Federal Reserve.

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