Nell’ultima settimana chiusa venerdì 26 settembre 2025 il mercato petrolifero ha vissuto una fase di forte recupero, segnando il miglior rialzo settimanale da inizio estate. Sia il Brent che il WTI hanno messo a segno un guadagno nell’ordine del 4%, movimento che non si osservava da giugno. Il rimbalzo è stato alimentato principalmente da fattori geopolitici e dall’inasprimento delle tensioni legate all’offerta: in particolare, i tagli all’export russo di prodotti raffinati e le interruzioni temporanee di alcuni flussi hanno alimentato timori di scarsità, spingendo gli operatori a ribilanciare rapidamente le proprie posizioni al rialzo.
All’inizio di questa nuova settimana, tuttavia, il mercato ha mostrato segni di correzione tecnica. Alcuni investitori hanno preferito monetizzare i profitti dopo il rally, complice il ritorno dei flussi di greggio dal Kurdistan iracheno verso il porto di Ceyhan e le indiscrezioni secondo cui l’OPEC+ starebbe valutando un ulteriore incremento della produzione a novembre. Questi elementi hanno riportato sul tavolo la prospettiva di un’offerta più abbondante, inducendo una fase di prese di beneficio e una moderata pressione ribassista sui prezzi.
Il contesto macroeconomico contribuisce a rafforzare la narrativa di un mercato in equilibrio instabile. Negli Stati Uniti i dati sul PCE, l’indice preferito dalla Federal Reserve per monitorare l’inflazione, hanno mostrato una dinamica leggermente superiore alle attese, pur restando in linea con il trend di rallentamento complessivo. Parallelamente il dollaro ha vissuto una fase di lieve debolezza, fattore che in genere tende a sostenere le materie prime denominate in USD, petrolio incluso.
Sul medio periodo, inoltre, il fattore stagionalità entra in gioco. Storicamente i mesi autunnali coincidono con un aumento della volatilità del greggio, complice il rientro delle raffinerie dalla manutenzione estiva e l’avvio della stagione di maggiore domanda per combustibili da riscaldamento. In questo scenario, la fascia di prezzo compresa tra 64 e 66 dollari al barile sul Brent rappresenta un’area tecnica e fondamentale di supporto credibile, una sorta di “pavimento” al di sotto del quale il mercato faticherebbe a scendere in assenza di shock imprevisti sull’offerta.

Il mercato petrolifero, ancora una volta, conferma la sua natura fortemente condizionata dai fattori di offerta. La settimana scorsa sia il Brent che il WTI hanno registrato un progresso superiore al 4%, la miglior performance settimanale dai mesi estivi. A spingere i prezzi è stata soprattutto l’escalation delle tensioni geopolitiche: da un lato, gli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche russe hanno alimentato timori di interruzioni prolungate nella catena di fornitura; dall’altro, la decisione di Mosca di ridurre temporaneamente l’export di carburanti raffinati ha amplificato la percezione di scarsità sul mercato fisico. In un contesto di risk premium crescente, gli operatori hanno immediatamente reagito, innescando un rally robusto su entrambe le principali benchmark del greggio.
Tuttavia, già nelle prime sedute di questa settimana, il sentiment è tornato a raffreddarsi. La ripresa graduale dei flussi di greggio dal Kurdistan iracheno verso il porto turco di Ceyhan – stimati tra 180 e 190 mila barili al giorno, con un potenziale di crescita fino a 230 mila – ha contribuito a ridurre i timori di deficit immediati. Parallelamente, sono emerse indiscrezioni secondo cui l’OPEC+ starebbe valutando la possibilità di aumentare le proprie quote produttive già a novembre, con un potenziale contributo aggiuntivo stimato intorno a 137 mila barili al giorno. Questi sviluppi hanno ridimensionato le aspettative di scarsità, favorendo un ritorno a prese di beneficio dopo il rally della settimana precedente.
Guardando al medio periodo, i grandi centri previsionali offrono un quadro meno ottimistico per i prezzi. L’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) continua a stimare una crescita della domanda globale di circa 0,7 milioni di barili al giorno sia nel 2025 che nel 2026, un incremento positivo ma non sufficiente a generare squilibri duraturi a favore dell’upside. Sul fronte opposto, l’EIA americana prevede invece un graduale accumulo delle scorte mondiali, accompagnato da un prezzo medio del Brent in area 59 dollari al barile nell’ultimo trimestre del 2025. In altre parole, se da un lato gli shock geopolitici possono generare fiammate rialziste di breve, dall’altro i fondamentali di medio periodo rimangono meno favorevoli, delineando un contesto dove l’upside strutturale appare limitato e fortemente dipendente da fattori esterni e imprevedibili.

Dopo il rally della scorsa settimana, il Brent ha avviato una fase di consolidamento che lo vede oggi muoversi nell’area compresa tra i 69 e i 70 dollari al barile. Questa fascia rappresenta una zona tecnica chiave, in quanto coincide con i massimi settimanali più recenti e con una resistenza ravvicinata situata a 70–71 dollari. Il mercato, dunque, sta testando un livello importante che, se superato con convinzione e accompagnato da volumi adeguati, potrebbe aprire la strada a un’estensione del movimento rialzista verso target più ambiziosi.
Sul fronte opposto, i primi supporti utili si collocano a ridosso di 66–67 dollari. Questa fascia, già testata in più occasioni nei mesi precedenti, agisce come base tecnica di breve periodo. Una sua tenuta mantiene in piedi lo scenario di consolidamento laterale, con un bias ancora moderatamente rialzista in caso di notizie di offerta stringente. Qualora però la pressione ribassista dovesse intensificarsi e i prezzi scivolare al di sotto dei 66 dollari, il mercato andrebbe a mettere nel mirino il livello successivo a 64 dollari. La perdita decisa di quest’ultimo aprirebbe scenari più negativi, con possibilità di accelerazione verso i 62 dollari, un’area che rappresenta un supporto storico di medio periodo.
Nel complesso, finché il Brent rimane al di sopra dei 66 dollari, lo scenario principale resta quello di un consolidamento laterale all’interno di un ampio trading range, caratterizzato da fasi di accumulazione e distribuzione. In questo contesto, gli operatori mantengono un atteggiamento di attesa, pronti a reagire a eventuali catalizzatori esterni, come nuovi sviluppi geopolitici o decisioni OPEC+, che potrebbero fornire lo spunto per una rottura direzionale. In particolare, notizie che segnalassero un irrigidimento delle condizioni di offerta avrebbero maggiori probabilità di spingere i prezzi oltre le resistenze, rafforzando il quadro rialzista nel breve-medio periodo.

Dal punto di vista stagionale, il mercato petrolifero tende a mostrare schemi ricorrenti che, pur non costituendo regole ferree, aiutano gli analisti a inquadrare meglio il contesto di medio periodo. Osservando i dati storici, emerge come i mesi di fine estate e settembre rappresentino spesso una fase di debolezza relativa per il Brent: complice il completamento della driving season negli Stati Uniti e l’avvio dei cicli di manutenzione programmata delle raffinerie, la domanda di greggio tende fisiologicamente a ridursi. Questo rallentamento si traduce in un consolidamento o, in taluni casi, in veri e propri minimi stagionali.
A partire da ottobre e soprattutto tra ottobre e novembre, lo scenario si ribalta. L’uscita delle raffinerie dai cicli di manutenzione comporta una ripresa degli input di greggio, mentre l’avvicinarsi della stagione invernale riaccende la domanda per i distillati utilizzati nel riscaldamento, come gasolio e fuel oil. In parallelo, la domanda globale tende a stabilizzarsi su livelli più robusti rispetto al trimestre estivo, offrendo un sostegno naturale ai prezzi.
Non si tratta, è bene sottolinearlo, di un automatismo: shock geopolitici, variazioni inattese dell’offerta OPEC+ o oscillazioni nella domanda globale possono alterare sensibilmente il quadro stagionale. Tuttavia, la storicità del pattern offre una base di lettura importante: gli operatori sanno che statisticamente i prezzi del Brent trovano supporto proprio in questa finestra temporale, per poi recuperare forza nei mesi finali dell’anno.
In ottica di analisi di medio periodo, questo significa che eventuali flessioni nei prezzi tra fine estate e inizio autunno possono rappresentare più una fisiologica fase di assestamento che un’inversione strutturale di tendenza. Di conseguenza, le aspettative di mercato tendono a posizionarsi su una riaccensione della forza a partire da ottobre, in coerenza con il ciclo stagionale della domanda.

Il primo elemento che resta sotto i riflettori è senza dubbio l’offerta. La recente ripresa dell’export dal Kurdistan iracheno verso il porto di Ceyhan ha contribuito a riportare sul mercato una quota significativa di barili, riducendo i timori immediati di deficit. Allo stesso tempo, circolano indiscrezioni secondo cui l’OPEC+ potrebbe valutare un incremento delle quote produttive già a novembre. Un eventuale aumento, stimato intorno a 137 mila barili al giorno, avrebbe l’effetto di riequilibrare ulteriormente il mercato. Tuttavia, il quadro non è privo di contraddizioni: molti membri dell’alleanza faticano a raggiungere i target di produzione per limiti strutturali e mancanza di capacità produttiva disponibile. Questo significa che anche in presenza di annunci ufficiali, il rischio di “under-delivery” resta concreto, con possibili effetti rialzisti inattesi.
Sul fronte della domanda, l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) stima una crescita di circa 0,7 milioni di barili al giorno sia nel 2025 che nel 2026. Si tratta di un incremento moderato, coerente con un’economia mondiale che rallenta ma non entra in contrazione. La vera incognita è rappresentata dal 2026, quando un’accelerazione dell’offerta potrebbe riportare il mercato in una condizione di surplus. Questo scenario metterebbe sotto pressione i prezzi, vanificando eventuali spinte rialziste di breve periodo legate a fattori geopolitici o temporanei squilibri di mercato.
Un altro aspetto cruciale riguarda il livello delle scorte e le cosiddette refinery runs, cioè l’utilizzo degli impianti di raffinazione. A settembre, l’EIA ha riportato input medi delle raffinerie statunitensi attorno a 16,5 milioni di barili al giorno, corrispondenti a un tasso di utilizzo del 93%. Questo livello è elevato e riflette una forte domanda di prodotti finiti, ma il quadro potrebbe rafforzarsi ulteriormente nel quarto trimestre con il ritorno in funzione delle raffinerie dopo i cicli di manutenzione autunnali. Tale dinamica avrebbe l’effetto di sostenere i crack spread e, di conseguenza, la domanda di greggio.
Infine, uno sguardo va rivolto agli investimenti e all’attività upstream. Negli ultimi mesi si è osservata una timida risalita del rig count statunitense: il numero di impianti attivi dedicati al petrolio è salito a 424, per un totale di 549 considerando anche il gas. Si tratta di un miglioramento rispetto ai minimi recenti, ma i livelli restano inferiori a quelli del 2024. Ciò indica che, sebbene il settore stia tornando a investire, l’espansione dell’offerta USA rimane limitata. In prospettiva, questo fattore potrebbe attenuare la pressione ribassista legata a un eventuale surplus globale, mantenendo una certa stabilità nei prezzi.

Lo scenario principale continua a essere quello di un movimento laterale compreso tra 66 e 71 dollari al barile. In quest’area il mercato tende a consolidare, alternando fasi di accumulazione e prese di profitto a seconda delle notizie. Eventuali spike verso la parte alta del range, ossia in direzione dei 71–73 dollari, rischiano di incontrare un’offerta significativa: senza il supporto di cali visibili delle scorte o di interruzioni prolungate dei flussi di esportazione, è difficile immaginare un break strutturale oltre tali livelli. In questa cornice, i driver principali restano le decisioni che l’OPEC+ prenderà nella riunione di ottobre, i dati settimanali dell’EIA sul livello delle scorte statunitensi e le immancabili headline geopolitiche, capaci di muovere il mercato anche nel brevissimo termine.
Un secondo scenario, meno probabile ma comunque da monitorare, è quello di una situazione di tightness dell’offerta. Qui entrano in gioco eventuali shock esogeni: ad esempio un blocco alle raffinerie in un’area chiave, nuove restrizioni all’export russo o mediorientale, oppure un indebolimento marcato del dollaro che renda il greggio più appetibile a livello internazionale. In questo caso si potrebbe assistere a un breakout credibile oltre i 73–75 dollari. Perché ciò avvenga, tuttavia, serve un segnale congiunto: scorte in calo continuo e un recupero della marginalità di raffinazione, elementi che darebbero solidità a una nuova gamba rialzista.
All’opposto, uno scenario ribassista si materializzerebbe se OPEC+ e produttori non-OPEC dovessero sorprendere il mercato consegnando più output del previsto, mentre la domanda globale risultasse più debole delle attese. In questo contesto il Brent potrebbe riassorbire il rally recente e tornare rapidamente in area 64 dollari, con la possibilità di ulteriori estensioni verso i 62 dollari qualora i dati EIA confermassero accumuli di scorte sequenziali. In altre parole, un ritorno alla dinamica di surplus, già osservata in altri cicli passati, riporterebbe il mercato a testare supporti tecnici di medio periodo, con un sentiment orientato a rivedere più in basso il fair value del greggio.