L’avvio del nuovo anno rappresenta una fase cruciale per i mercati finanziari globali, perché segna il passaggio da un contesto dominato da flussi tecnici e liquidità ridotta a uno in cui tornano centrali i fondamentali macroeconomici e il posizionamento strategico degli investitori. Dopo la quiete relativa delle ultime settimane di dicembre, la seconda settimana pienamente operativa dell’anno, tra il 12 e il 16 gennaio, costituisce il primo vero banco di prova per le narrative che guideranno il primo trimestre.
I mercati azionari si presentano all’inizio dell’anno con valutazioni elevate, soprattutto negli Stati Uniti, dove gli indici sono sostenuti dalla forza degli utili delle large cap tecnologiche e dai temi legati all’intelligenza artificiale. Tuttavia, storicamente le prime settimane di gennaio tendono a far emergere gli squilibri di posizionamento accumulati nel corso dell’anno precedente. Il rientro progressivo della liquidità, il riavvio dei flussi sistematici e le riallocazioni di portafoglio possono aumentare la volatilità, soprattutto se i dati macro iniziano a mettere in discussione le aspettative più ottimistiche.
Dal punto di vista del calendario economico, la settimana 12–16 gennaio concentra una serie di dati ad alto impatto, in particolare negli Stati Uniti. Il dato più atteso è l’inflazione, con la pubblicazione del CPI di dicembre, che rappresenta il primo vero test dell’anno per le aspettative sui tassi. Un’inflazione più persistente del previsto potrebbe rimettere pressione sulle curve dei rendimenti e penalizzare gli asset più sensibili ai tassi, mentre una conferma del trend di disinflazione rafforzerebbe lo scenario di normalizzazione graduale della politica monetaria. A seguire, il PPI fornisce indicazioni importanti sulle pressioni a monte dei prezzi, spesso anticipando i movimenti futuri dell’inflazione al consumo.
Sempre negli Stati Uniti, il focus si estende ai dati sul mercato del lavoro, con le richieste settimanali di sussidi di disoccupazione, osservate come termometro della tenuta occupazionale dopo i primi segnali di raffreddamento emersi a fine anno. Particolare attenzione viene rivolta anche ai dati sui consumi, con le vendite al dettaglio, fondamentali per valutare la solidità della domanda interna e la capacità dell’economia di reggere condizioni finanziarie meno accomodanti. A completare il quadro, la produzione industriale e l’indice manifatturiero regionale contribuiscono a delineare lo stato di salute del ciclo economico nella fase iniziale dell’anno.
In Europa, l’attenzione si concentra prevalentemente sui dati di inflazione dell’area euro e sui numeri relativi alla produzione industriale. I mercati cercano conferme di un rallentamento dei prezzi coerente con l’obiettivo della BCE, ma senza un ulteriore deterioramento della crescita. I commenti dei membri della Banca Centrale Europea, in un contesto di dati ancora fragili, vengono analizzati con attenzione per capire quanto spazio ci sia nel 2026 per un allentamento delle condizioni monetarie. Anche gli indici di fiducia e le stime preliminari sull’attività economica contribuiscono a definire il quadro, pur restando secondari rispetto ai dati statunitensi in termini di impatto globale.
In Asia, il calendario è dominato dalla Cina, con la pubblicazione di dati su commercio estero, produzione industriale e credito, fondamentali per valutare l’efficacia delle misure di stimolo adottate dalle autorità. Numeri deboli riaccenderebbero i timori sulla domanda globale, mentre segnali di stabilizzazione potrebbero sostenere il sentiment sui mercati emergenti e sulle materie prime. In Giappone, i dati su inflazione e attività vengono letti in chiave di politica monetaria, alla luce del percorso di graduale normalizzazione della Bank of Japan e del ruolo dello yen come variabile chiave nei flussi globali.
La geopolitica resta un elemento strutturale di rischio. I conflitti in corso continuano a influenzare soprattutto i mercati energetici e le catene di approvvigionamento, mentre l’inizio dell’anno riporta in primo piano il rischio politico legato agli Stati Uniti. La comunicazione di Donald Trump, in particolare attraverso i social, rappresenta un potenziale catalizzatore di volatilità di breve periodo. Dichiarazioni su dazi, commercio internazionale e rapporti con la Cina o con altri partner strategici possono riaccendere rapidamente i timori di nuove guerre commerciali, anche in assenza di decisioni operative immediate.
In questo contesto, la settimana dal 12 al 16 gennaio va interpretata come un punto di convergenza tra dati macro chiave, narrativa geopolitica e rischio politico. La volatilità tende ad aumentare rispetto ai primi giorni dell’anno, man mano che il mercato inizia a distinguere tra asset in grado di reggere un contesto di tassi più elevati e condizioni finanziarie meno accomodanti e quelli che restano più dipendenti dalla liquidità.
Nel complesso, l’inizio dell’anno non è tanto una fase per inseguire il momentum, quanto un momento di verifica della solidità dei trend in atto. I mercati stanno passando da una fase guidata dall’ottimismo a una in cui tornano centrali la coerenza macro, la conferma dei dati e una gestione del rischio più disciplinata. Spesso, ciò che emerge in queste prime settimane finisce per orientare il tono dei mercati per buona parte dell’anno.
1.Aprile – Un potenziale punto di svolta
Aprile ha segnato un momento chiave per i mercati, con un minimo rilevante subito dopo la settimana di Pasqua. Da quel momento gli indici hanno mostrato segnali di resilienza, pur all’interno di un contesto dominato da forte incertezza e volatilità, alimentata da fattori macroeconomici e geopolitici instabili e difficili da prevedere.
2. Maggio – Attesa per la Fed e segnali contrastanti
L’inizio di maggio è stato caratterizzato dall’attesa per le decisioni della Federal Reserve. Tuttavia, le dichiarazioni di Jerome Powell e del FOMC si sono rivelate meno incisive del previsto, lasciando i mercati con l’impressione di una Fed attendista e ancora cauta sui tagli dei tassi, vista la persistenza di pressioni inflazionistiche in alcuni settori chiave.
A fine mese è tornata una certa pressione sui listini: S&P 500 e Nasdaq hanno testato i massimi storici, ma senza la forza necessaria per consolidarli, riaprendo così la porta a fasi di consolidamento e correzione tecnica.
3. Giugno – Alternanza tra cautela e ottimismo
Nel mese di giugno i mercati hanno alternato fasi di entusiasmo a momenti di prudenza. Nella prima metà del mese, il rallentamento degli acquisti è stato influenzato dall’inasprimento della retorica commerciale statunitense e dalle tensioni geopolitiche. Gli investitori hanno avviato una rotazione settoriale, con prese di profitto sui titoli growth e un parziale ritorno verso comparti difensivi come utilities e beni di consumo primario.
Nella seconda metà di giugno, il clima si è rasserenato grazie a una distensione sul fronte internazionale e a segnali di attenuazione delle minacce commerciali, riportando fiducia sui mercati.
4. Luglio – Rally, dazi e materie prime
Luglio si è aperto con una nuova escalation commerciale. L’amministrazione Trump ha annunciato dazi del 50% sulle importazioni di rame e la possibilità di tariffe fino al 200% su alcuni farmaci importati, motivandoli con ragioni di “sicurezza nazionale”. Queste misure hanno riacceso i timori per le catene di approvvigionamento globali, aumentando la volatilità sui mercati delle materie prime già fragili.
Nonostante ciò, i listini hanno mantenuto una sorprendente resilienza. Gli investitori continuano a puntare su una possibile risoluzione delle dispute commerciali e sulle misure di sostegno delle banche centrali. Questa fiducia, alimentata anche da flussi di liquidità robusti, ha sostenuto acquisti in settori chiave come tecnologia, difesa e transizione energetica.
Nella seconda metà di luglio, il rally si è accelerato, portando diversi indici a segnare nuovi massimi storici, complice anche l’avvio della stagione delle trimestrali con risultati superiori alle attese.
5. Agosto – Fiducia ma equilibrio fragile
Tra fine luglio e i primi giorni di agosto, le borse americane hanno beneficiato della spinta del comparto tecnologico e dell’ottimismo legato all’intelligenza artificiale. Tuttavia, nella prima settimana di agosto è riaffiorata la cautela, con timori per la crescita economica e per il riacutizzarsi delle tensioni commerciali.
S&P 500 e Nasdaq hanno mantenuto un andamento positivo, sostenuti dalle aspettative di un possibile taglio dei tassi da parte della Fed a settembre. Sullo sfondo, Donald Trump resta un fattore determinante per il sentiment globale: le sue politiche fiscali aggressive e la narrativa protezionistica alimentano l’incertezza in vista delle elezioni presidenziali.
Nella seconda metà di agosto i listini hanno mostrato una fase di correzione in vista di Jackson Hole. È emersa una rotazione settoriale dai tecnologici, con prese di beneficio dopo i forti rialzi estivi, a favore dei titoli più ciclici e industriali. Questo ha permesso al Dow Jones di aggiornare nuovi massimi storici, mentre S&P 500 e Nasdaq hanno consolidato.
Il discorso di Powell ha segnato un passaggio chiave: l’apertura a possibili tagli dei tassi ha riacceso l’ottimismo dei mercati, spingendo al rialzo azioni, obbligazioni e oro, con il dollaro più debole sul forex.
6. Settembre – il taglio dei tassi
Il mese di settembre si è aperto con i mercati in una fase di attesa, in bilico tra l’ottimismo per un imminente allentamento monetario e il timore che la Fed potesse ancora temporeggiare. Il dato sul mercato del lavoro (NFP) ha mostrato segnali di raffreddamento ordinato, spingendo gli operatori a rafforzare le scommesse su un primo taglio dei tassi entro la riunione di fine mese.
Le attese si sono concretizzate: la Federal Reserve ha annunciato un taglio di 25 punti base, segnando l’inizio di una nuova fase di politica monetaria espansiva. Powell ha tuttavia mantenuto un tono cauto, ribadendo che le prossime mosse dipenderanno dall’evoluzione dei dati su inflazione e occupazione. Il mercato ha reagito con un sollievo immediato, ma la mancanza di indicazioni chiare su un ciclo di tagli più ampio ha mantenuto elevata la volatilità.
Parallelamente, le tensioni geopolitiche e commerciali hanno continuato a pesare: le nuove tariffe imposte da Washington su alcuni beni strategici hanno alimentato incertezza, soprattutto per il comparto manifatturiero e automobilistico. Questo ha determinato un aumento delle oscillazioni sugli indici azionari, con sedute caratterizzate da forti inversioni intraday.
L’S&P 500 ha alternato fasi di consolidamento a improvvisi strappi rialzisti, mentre il Nasdaq ha risentito della rotazione settoriale fuori dai titoli tecnologici. Al contrario, il Dow Jones ha mantenuto maggiore solidità grazie al sostegno dei ciclici e degli industriali.
Sul fronte valutario, il dollaro ha perso terreno a favore di euro e yen, riflettendo l’avvio del nuovo ciclo di easing, mentre l’oro ha accelerato il suo recupero come bene rifugio. Anche il mercato obbligazionario ha beneficiato del taglio, con un calo marcato dei rendimenti soprattutto sul tratto a due anni, tradizionalmente più sensibile alla politica monetaria.
La narrativa politica di Trump, tra promesse di nuovi stimoli economici e minacce di ulteriori barriere commerciali, continua a orientare le aspettative. I mercati rimangono così in bilico tra la speranza di politiche pro-crescita e il timore di nuove fratture nello scenario globale, in un equilibrio sempre più fragile e sensibile a ogni mossa proveniente da Washington.
7. Ottobre – nuovi massimi, flash crash e febbre da IA
Ottobre si è aperto con un clima euforico: i mercati hanno accolto con entusiasmo l’avvio ufficiale del ciclo di tagli, spingendo l’S&P 500 e il Nasdaq verso nuovi massimi storici. Gli investitori, interpretando il taglio della Fed come il segnale d’inizio di una fase “risk-on”, hanno riversato capitali sull’azionario, in particolare sui settori tecnologici legati all’intelligenza artificiale, divenuti il simbolo della nuova ondata speculativa.
Il boom dell’IA ha riacceso la corsa al rischio: chipmaker, software di machine learning e infrastrutture cloud hanno registrato nuovi record, con le valutazioni spinte da aspettative sempre più ambiziose. Il mercato sembrava ignorare la realtà macro e concentrarsi solo sulle “AI narratives”, convinto che l’innovazione tecnologica potesse compensare ogni rallentamento ciclico. Le trimestrali hanno amplificato l’euforia, mostrando ancora flussi robusti nei bilanci delle big tech, ma con margini sempre più compressi dal costo dell’energia e dei capitali.
Sotto la superficie, però, la struttura di liquidità cominciava a scricchiolare. Le posizioni speculative su titoli AI avevano raggiunto livelli record, mentre la volatilità implicita restava insolitamente bassa: un terreno perfetto per un evento destabilizzante.
Il 10 ottobre, un post improvviso di Trump sulla sua piattaforma Truth Social ha innescato il detonatore: l’annuncio di un possibile aumento “massiccio” dei dazi contro la Cina – fino al 100% su beni strategici – ha colpito in pieno il comparto tecnologico, facendo crollare in pochi minuti l’intero settore. I titoli AI, fino ad allora protagonisti assoluti del rally, sono stati i primi a subire prese di profitto violente.
In meno di mezz’ora, gli indici hanno perso oltre il 3%: è stato il cosiddetto flash crash di ottobre, un episodio che ha ricordato quanto fragile fosse il rally guidato più dal momentum che dai fondamentali. Gli algoritmi di market making si sono ritirati, i book si sono svuotati e la volatilità è esplosa.
Nei giorni successivi, i mercati hanno tentato un rimbalzo tecnico, ma il tono generale è rimasto prudente, anche se gli indici statunitensi si trovano ancora vicinissimi ai massimi storici. L’euforia che per mesi ha accompagnato l’intelligenza artificiale inizia a lasciare spazio a una fase più selettiva e razionale: non tutto ciò che porta l’etichetta “AI” continua a salire, ma soltanto le società capaci di dimostrare una reale capacità di monetizzare la tecnologia.
Ottobre procede così con un paradosso evidente: l’intelligenza artificiale rimane il motore narrativo dei mercati, ma è anche il simbolo della loro fragilità. Dopo mesi di rally, gli investitori si muovono ora in un equilibrio precario, sospeso tra la speranza di una disinflazione stabile e il timore di nuovi shock geopolitici o finanziari. La combinazione di politica monetaria espansiva, tensioni internazionali e mania tecnologica ha creato un contesto estremamente sensibile, dove ogni notizia, dichiarazione o tweet può invertire il sentiment nel giro di poche ore.
In questo clima, la direzione del mercato conta meno della velocità delle reazioni. Gli operatori più esperti riducono l’esposizione sugli asset più volatili, concentrandosi sui livelli tecnici chiave e sulla gestione del rischio. Ottobre si conferma così un mese di transizione, in cui la psicologia collettiva degli investitori pesa quanto i fondamentali economici, e dove prudenza e lucidità diventano le armi più preziose per affrontare la prossima fase dei mercati.
8. Novembre 2025 – Un mercato che consolida e mostra i primi segni di fatica
Dopo l’euforia di ottobre, novembre si è aperto con indici ancora vicini ai massimi storici ma con una fiducia più fragile. Il grande rally alimentato dall’intelligenza artificiale e dal taglio dei tassi della Fed sta entrando in una fase più selettiva: la narrativa non basta più, servono dati solidi. L’inflazione continua a rallentare e sostiene l’idea di un possibile soft landing, ma l’economia americana resta disomogenea: il mercato del lavoro perde slancio, i consumi resistono e la volatilità rimane insolitamente compressa, lasciando il sistema più esposto a reazioni improvvise.
Il flash crash di fine ottobre ha aumentato la cautela generale. Le big tech restano protagoniste, ma gli investitori iniziano a distinguere con maggiore attenzione ciò che ha fondamentali reali da ciò che vive solo sull’etichetta “AI”. La rotazione settoriale rimane delicata e privilegia comparti difensivi e società con bilanci solidi. Sul fronte globale, l’Europa si muove in una stabilizzazione fragile dopo dati PMI contrastanti, mentre l’Asia risente delle tensioni commerciali con Washington, soprattutto nei semiconduttori.
Nella prima metà del mese, fino al 16 novembre, il mercato ha mostrato resilienza, ma con segnali di progressivo affaticamento: S&P 500 e Nasdaq rimangono forti ma con volumi in calo; i flussi sull’AI si normalizzano; i Treasury recuperano leggermente grazie all’inflazione più bassa; il Dollar Index resta stabile; le criptovalute si muovono lateralmente nonostante una migliore struttura di liquidità rispetto a ottobre. L’impressione generale è che il mercato stia prendendo fiato: non emerge una vera inversione, ma la spinta rialzista è meno convinta e più dipendente dai prossimi dati macro e dalla seconda tornata di trimestrali.
Dopo il 16 novembre, lo scenario ha iniziato a cambiare. Con l’avvicinarsi della fine del mese, sono tornati i flussi tipici dei riposizionamenti di fine anno: i gestori hanno iniziato a ribilanciare i portafogli, chiudere posizioni difensive e riportare esposizione su tecnologia, semiconduttori e settori ciclici penalizzati nelle settimane precedenti. Questo movimento ha generato un recupero graduale ma costante degli indici, sostenuto anche dalla combinazione di volatilità molto bassa e riduzione delle coperture.
S&P 500 e Nasdaq hanno ritrovato slancio, con un modesto ampliamento della partecipazione: alcuni settori rimasti indietro a inizio mese hanno iniziato a reagire, mentre l’AI ha mantenuto il ruolo di catalizzatore, pur con un ritmo più controllato. I Treasury hanno stabilizzato i rendimenti, favorendo una migliore percezione del rischio; il dollaro si è mantenuto su livelli equilibrati; le criptovalute hanno mostrato un rimbalzo più deciso nella seconda metà di novembre, aiutate dal miglioramento della liquidità aggregata e dalla riduzione della pressione sui derivati.
La seconda parte del mese ha quindi segnato un ritorno dell’intonazione positiva, non euforico ma costruito sulla logica dei flussi istituzionali. Il mercato sembra aver superato la fase di esitazione di metà novembre e si avvia verso la chiusura mensile con un atteggiamento più costruttivo: non si tratta di un nuov
Novembre non è più solo un mese di consolidamento, ma un periodo di transizione verso un possibile fine anno più tonico. La prudenza resta necessaria, ma il mercato ha dimostrato di saper assorbire la debolezza di inizio mese e trasformarla in un rimbalzo solido. Se i dati macro continueranno a confermare la narrativa di inflazione in calo e crescita resiliente, dicembre potrebbe aprirsi con una base più forte di quanto sembrava nelle prime settimane del mese.
9. Dicembre 2025 – Consolidamento finale, disciplina operativa e attesa selettiva
L’inizio di dicembre si è inserito in continuità con il finale costruttivo di novembre, ma con un tono meno lineare e più riflessivo. Gli indici hanno provato a capitalizzare il rimbalzo guidato dai flussi di fine mese, restando vicini ai massimi relativi, ma la spinta si è mostrata più discontinua. Il mercato non è entrato in una fase di euforia natalizia anticipata: prevale piuttosto un atteggiamento di verifica, in cui ogni dato macro viene letto come conferma o smentita della narrativa di atterraggio morbido.
Nei primi giorni del mese la struttura è rimasta solida. S&P 500 e Nasdaq hanno tenuto i livelli chiave, sostenuti da volatilità compressa e da un contesto di liquidità ancora favorevole. Tuttavia, rispetto a novembre, è emersa con maggiore chiarezza una selettività interna: la partecipazione al rialzo non è uniforme e il mercato continua a premiare titoli e settori con visibilità sugli utili più che semplici storie di crescita. L’AI resta centrale, ma il flusso si concentra sui nomi con fondamentali credibili, mentre le aree più speculative mostrano una maggiore sensibilità alle prese di profitto.
Sul fronte macro, l’inflazione conferma un percorso di rallentamento graduale, elemento che mantiene viva l’ipotesi di una Fed meno restrittiva nel 2026, ma senza fornire nuovi catalizzatori immediati. Il mercato del lavoro continua a dare segnali di raffreddamento controllato, coerenti con uno scenario di normalizzazione più che di stress. Questo mix sostiene il sentiment, ma non lo accelera. I Treasury restano relativamente stabili, con rendimenti che oscillano in range stretti, contribuendo a mantenere sotto controllo la percezione del rischio sistemico. Il dollaro si muove in modo ordinato, senza creare pressioni particolari sulle altre asset class.
Tra la prima e la seconda settimana di dicembre emerge una dinamica più mista. Da un lato si osservano ancora flussi in ingresso su tecnologia, semiconduttori e alcuni ciclici di qualità, dall’altro aumentano le prese di beneficio tattiche, soprattutto dopo movimenti rapidi. Il mercato sembra iniziare a guardare oltre il semplice rimbalzo tecnico, interrogandosi sulla sostenibilità delle valutazioni in vista del 2026. In questo contesto, i comparti difensivi e le società con bilanci solidi continuano a svolgere un ruolo di stabilizzatori, pur senza diventare il fulcro dei flussi.
Le criptovalute, nella prima metà di dicembre, mostrano un comportamento coerente con quello degli asset rischiosi: tentativi di estensione del rimbalzo, seguiti da fasi di consolidamento. La struttura di liquidità rimane migliore rispetto all’autunno, ma l’assenza di un catalizzatore macro forte limita l’ampiezza dei movimenti. Anche qui prevale un approccio più disciplinato, con minore leva e maggiore attenzione alla sostenibilità dei trend.
Arrivati intorno alla metà del mese, il quadro complessivo è quello di un mercato che non perde equilibrio, ma che inizia a muoversi con maggiore cautela. Non emergono segnali di inversione, ma la spinta rialzista appare più dipendente dalla conferma dei dati macro e dalla tenuta dei livelli tecnici chiave. L’impressione è che gli operatori stiano costruendo le basi per la parte finale dell’anno, evitando eccessi e mantenendo flessibilità.
Dal 1 al 15 dicembre il mercato non accelera, ma neppure arretra in modo significativo. È una fase di digestione del rimbalzo di novembre e di preparazione al vero banco di prova di fine anno. La fiducia resta presente, ma meno istintiva e più condizionata: se il quadro macro continuerà a confermare inflazione in calo e crescita resiliente, la seconda metà di dicembre potrà beneficiare di un contesto più favorevole. In caso contrario, questa fase verrà ricordata come un passaggio di equilibrio, necessario per evitare che il rally perda credibilità.
Nella seconda metà di dicembre il mercato entra in una fase più chiaramente definita di consolidamento. Dopo la digestione del rimbalzo di novembre e la verifica iniziale di inizio mese, l’attenzione degli operatori si sposta dalla ricerca di ulteriore upside alla gestione del rischio e alla preservazione dei risultati ottenuti nel corso dell’anno. La stagionalità favorevole resta sullo sfondo, ma non si traduce in un’accelerazione automatica: prevale un approccio più ordinato, in cui ogni estensione viene valutata con maggiore cautela.
Gli indici principali continuano a muoversi in prossimità dei massimi relativi, ma con una volatilità che tende a riemergere in modo episodico, soprattutto nelle sedute caratterizzate da volumi ridotti. S&P 500 e Nasdaq mantengono una struttura tecnica costruttiva, ma mostrano una progressiva perdita di momentum. I rialzi diventano più faticosi e meno diffusi, mentre le correzioni intraday vengono utilizzate più per riequilibrare posizionamenti che per costruire nuove esposizioni aggressive.
A livello settoriale, la leadership rimane concentrata. Tecnologia e semiconduttori continuano ad attrarre interesse, ma in modo sempre più selettivo. Il mercato premia le società con visibilità sugli utili, capacità di generare cassa e narrative credibili anche oltre il ciclo dell’intelligenza artificiale. Al contrario, i titoli che hanno corso di più nelle settimane precedenti diventano terreno naturale per prese di profitto, senza che ciò si traduca in vendite disordinate. I settori difensivi e value di qualità svolgono una funzione di equilibrio, assorbendo parte dei flussi in uscita dalle aree più affollate.
Sul fronte macro, la seconda metà del mese non introduce sorprese significative. I dati confermano un quadro di rallentamento ordinato dell’inflazione e di raffreddamento graduale del mercato del lavoro, coerente con una traiettoria di normalizzazione. Questo mantiene intatta l’aspettativa di una politica monetaria meno restrittiva nel medio termine, ma non fornisce catalizzatori tali da giustificare un’espansione ulteriore delle valutazioni nel breve. I Treasury restano in range, con movimenti contenuti che contribuiscono a mantenere stabile il sentiment. Il dollaro continua a muoversi in modo composto, senza innescare tensioni sugli asset rischiosi globali.
Avvicinandosi alle festività, la riduzione dei volumi amplifica alcune dinamiche tecniche. I movimenti diventano più sensibili ai livelli chiave, e il mercato tende a reagire in modo più netto a break o fallimenti tecnici, pur in assenza di reali cambiamenti fondamentali. Questo rafforza un clima di prudenza operativa: meno leva, orizzonti temporali più brevi e maggiore attenzione alla gestione delle posizioni esistenti.
Le criptovalute seguono una traiettoria simile. Dopo i tentativi di estensione visti a inizio mese, la seconda metà di dicembre è dominata da fasi di consolidamento e rotazione interna. La liquidità resta sufficiente a evitare movimenti disordinati, ma l’assenza di catalizzatori macro o regolatori di rilievo limita la capacità di sviluppare trend direzionali ampi. Anche in questo comparto si osserva un comportamento più maturo: meno euforia, maggiore attenzione alla struttura e ai livelli tecnici.
Arrivati verso il 28 dicembre, il quadro complessivo è quello di un mercato che chiude l’anno in equilibrio. Non emergono segnali di stress sistemico né di inversione strutturale, ma neppure la spinta necessaria per parlare di un rally finale pienamente convincente. Gli operatori sembrano più concentrati a proteggere la performance annuale e a preparare il terreno per il nuovo anno, piuttosto che a inseguire rendimenti marginali.
La fase dal 16 al 28 dicembre si configura quindi come un passaggio di assestamento finale. Un mercato che resta costruttivo nella struttura, ma che sceglie la disciplina al posto dell’euforia. È un equilibrio fragile ma razionale, che consegna al 2026 un contesto più pulito: meno eccessi, valutazioni osservate con maggiore attenzione e una fiducia che, pur presente, dovrà essere riconfermata dai dati e dalla liquidità nei mesi successivi.
10. Gennaio 2026 – Ripartenza selettiva, ritorno della liquidità e primi test di coerenza (1–11 gennaio)
L’avvio di gennaio 2026 si innesta in modo naturale sul consolidamento ordinato con cui il mercato ha chiuso dicembre. Non c’è rottura di continuità, ma un progressivo cambio di regime: dalla difesa dei risultati annuali alla ricostruzione del posizionamento per il nuovo anno. I primi giorni di gennaio non sono caratterizzati da un’esplosione direzionale, bensì da un rientro graduale della liquidità e da un’attività più riflessiva, in cui gli operatori tornano a testare la solidità delle narrative emerse a fine 2025.
Nei primissimi giorni dell’anno i volumi restano ancora contenuti, soprattutto in Europa, ma negli Stati Uniti si osserva una ripresa più rapida dell’operatività. Gli indici principali aprono l’anno in prossimità dei massimi relativi, senza gap direzionali significativi. La struttura tecnica rimane costruttiva, ma il mercato evita accelerazioni impulsive. L’impressione è che prevalga un approccio di verifica: prima di aumentare l’esposizione, gli operatori vogliono capire se le condizioni macro e finanziarie confermano le aspettative incorporate nei prezzi.
S&P 500 e Nasdaq mostrano una tenuta ordinata dei livelli chiave, ma il momentum resta selettivo. La leadership continua a concentrarsi su tecnologia di qualità, semiconduttori e titoli legati all’intelligenza artificiale, ma con una differenza importante rispetto a novembre: il flusso non è più indiscriminato. Il mercato premia la visibilità sugli utili, la capacità di generare cassa e la coerenza delle guidance, mentre penalizza rapidamente le storie più fragili o eccessivamente affollate. Le rotazioni intraday aumentano, segnale di un mercato più maturo e meno disposto a inseguire i prezzi.
Sul fronte macro, i primi giorni di gennaio non introducono shock, ma rafforzano l’idea di una normalizzazione graduale. I dati disponibili confermano un rallentamento ordinato dell’inflazione e una crescita che resta resiliente, pur senza accelerazioni. Questo mix mantiene viva l’ipotesi di una Fed meno restrittiva nel corso del 2026, ma senza alimentare aspettative aggressive di tagli imminenti. I rendimenti dei Treasury restano in range, con movimenti contenuti che contribuiscono a stabilizzare il sentiment. Il dollaro si muove in modo composto, senza generare pressioni sistemiche su azionario, commodity o mercati emergenti.
Tra la prima e la seconda settimana di gennaio, fino all’11 del mese, il mercato inizia a mostrare segnali più chiari di differenziazione interna. Da un lato si osservano nuovi ingressi di capitale, tipici dell’inizio anno, dall’altro emerge una maggiore disciplina nell’allocazione. Le correzioni di breve vengono utilizzate per aggiustare il rischio più che per costruire esposizioni aggressive. Non si percepisce urgenza, segnale che il mercato non sente la necessità di anticipare eventi, ma preferisce attendere conferme.
I settori difensivi e value di qualità tornano a svolgere un ruolo di stabilizzazione, assorbendo parte dei flussi nelle sedute più incerte, senza però diventare il motore principale del mercato. I ciclici mostrano un comportamento misto, coerente con uno scenario di crescita moderata ma non euforica. Nel complesso, la partecipazione al rialzo resta limitata, elemento che mantiene sotto controllo l’euforia e riduce il rischio di eccessi nel breve periodo.
Le criptovalute riflettono fedelmente questo clima. Dopo la chiusura ordinata di dicembre, l’inizio di gennaio è caratterizzato da tentativi di prosecuzione del trend, seguiti da rapide fasi di consolidamento. La liquidità migliora rispetto a fine anno, ma il mercato resta sensibile ai livelli tecnici e alla gestione del rischio. L’utilizzo della leva rimane più contenuto rispetto ai picchi dei mesi precedenti, segnale di un approccio più consapevole e meno emotivo.
Avvicinandosi all’11 gennaio, il quadro complessivo è quello di un mercato che riparte senza strappi. Non emergono segnali di inversione, ma neppure un’accelerazione tale da parlare di nuova fase impulsiva. La struttura resta costruttiva, ma condizionata: il mercato sembra voler vedere dati macro più robusti e indicazioni più chiare di politica monetaria prima di espandere ulteriormente le valutazioni.
La fase iniziale di gennaio si configura quindi come un periodo di riallineamento. Un mercato che torna operativo, recupera liquidità e profondità, ma sceglie la coerenza al posto della velocità. È una partenza prudente ma sana, che prepara il terreno ai veri test di metà mese, quando dati macro, narrativa politica e geopolitica inizieranno a pesare in modo più diretto sulle aspettative per il resto del trimestre.
L’indice S&P 500 ha attraversato un periodo estremamente volatile a partire dal 5 agosto 2024, quando un improvviso crollo — causato da eccessi di posizionamento e tensioni sullo yen — ha innescato una correzione di circa il 10% dai massimi storici.
Il 16 agosto 2024, un setup tecnico ha segnato l’inizio di un rimbalzo significativo, sostenuto da acquisti diffusi da parte di investitori retail e fondi istituzionali, che ha portato l’indice a chiudere a 5650 punti.
Tuttavia, a inizio settembre 2024, i mercati sono tornati sotto pressione: dati macroeconomici deludenti e l’attesa per un possibile taglio dei tassi hanno contribuito a una perdita settimanale di oltre il 4%, con chiusura a 5403 punti.
Il successivo taglio dei tassi da parte della Fed ha innescato una nuova fase rialzista. L’indice ha superato la resistenza chiave 5645–5665, segnando nuovi massimi storici in area 5785 a fine settembre 2024. Dopo la pubblicazione dei dati sull’inflazione il 10 ottobre 2024, l’S&P 500 ha raggiunto quota 5870, aggiornata il 17 ottobre 2024 a 5927.
Da quel momento in poi, l’indice si è mosso all’interno di un range ristretto, con alta volatilità. L’elezione di Donald Trump a novembre 2024 ha rappresentato un catalizzatore importante: l’S&P 500 ha superato quota 6000, toccando un massimo a 6040 l’11 novembre 2024 e proseguendo fino a 6110 il 6 dicembre 2024.
Le dichiarazioni del presidente della Fed, Jerome Powell, il 18 dicembre 2024 hanno causato una correzione superiore al 3%, con prese di profitto e riaggiustamenti di portafoglio in vista della fine dell’anno.
A fine gennaio 2025, l’indice ha tentato nuovi massimi, ma ha chiuso a 6065 punti a causa dell’annuncio di nuovi dazi da parte dell’amministrazione Trump. A metà febbraio 2025, si è consolidato nella fascia 6134–6148, per poi aggiornare i massimi storici il 19 febbraio 2025 in area 6166.
Tuttavia, un violento sell-off a fine febbraio ha riportato i prezzi a 5958 punti, dopo un minimo intermedio a 5845. A metà marzo 2025, si è registrata una correzione completa del 10% dai massimi, con l’indice che si è avvicinato alla soglia dei 5500 punti. Il rimbalzo successivo ha condotto i prezzi verso la resistenza a 5831, prima di una nuova discesa che ha portato la chiusura mensile in prossimità dei minimi del 13 marzo 2025, a 5602.
La perdita del supporto tecnico in area 5500 ha aperto la strada a nuovi minimi annuali: l’indice ha toccato quota 4840 a inizio aprile 2025, per poi recuperare e chiudere venerdì 11 aprile 2025 in area 5400. Questo recupero è stato sostenuto da segnali distensivi provenienti dalla Casa Bianca e dall’abbondante liquidità globale.
A fine aprile 2025, i mercati hanno ripreso il trend rialzista, con l’S&P 500 che ha chiuso venerdì 25 aprile intorno a 5500. Nei primi giorni di maggio 2025, l’indice ha recuperato i livelli del 2 aprile, raggiungendo un massimo in area 5725. Da quel momento è iniziata una lenta ma costante risalita, che ha portato l’indice a sfiorare nuovamente i 6000 punti la scorsa settimana.
Tuttavia, venerdì 23 maggio 2025, si è registrata una nuova fase di prese di beneficio, con l’S&P 500 che ha chiuso in calo in area 5814.
A metà giugno, l’indice S&P 500 ha rivisitato i minimi di febbraio, spingendosi fino all’area 6074 in occasione della pubblicazione del dato CPI. Tuttavia, ha successivamente ritracciato, chiudendo la settimana scorsa in area 5978. Dopo le scadenze tecniche trimestrali, l’indice ha registrato la rottura dei massimi storici nell’ultima settimana di giugno, chiudendo la seduta di venerdì 27 in area 6.220 punti. Un segnale di forza che conferma la prevalenza dei compratori e il consolidamento del trend rialzista in atto.
La spinta rialzista si è protratta anche a luglio, con l’indice che, pur mostrando qualche difficoltà, ha continuato a salire fino a segnare un nuovo massimo nell’ultima settimana del mese, in area 6468. Dall’inizio di agosto si è aperta una fase correttiva moderata, con i prezzi scesi verso quota 6243, prima di riprendere gradualmente la via del rialzo e chiudere la settimana nei pressi dei massimi storici, intorno a 6425.
L’indice S&P 500, a metà agosto, ha avviato una correzione fino al supporto settimanale in area 6.367–6.346, dove ha trovato una solida base tecnica. Da quel livello è ripartito con forza al rialzo, spinto dall’annuncio di Powell a Jackson Hole, che ha aperto alla possibilità di un taglio dei tassi nei prossimi mesi. Nella seduta del 23 agosto, i prezzi hanno chiuso in area 6.484, confermando il ritorno della pressione rialzista e nuovi massimi storici. Tuttavia tale scenario lascia sempre margine a una possibile correzione tra fine agosto e metà settembre.
All’inizio di settembre, subito dopo la pausa per il Labor Day negli Stati Uniti, l’S&P 500 ha registrato una discesa rapida che lo ha portato, nell’arco di una sola seduta, a testare l’area di supporto settimanale compresa tra 6.367 e 6.346 punti. Da quel livello l’indice ha reagito con forza, avviando un rimbalzo che lo ha condotto a segnare nuovi massimi storici il 5 settembre in area 6.543 punti, prima di avviare un lieve ritracciamento e chiudere la settimana a quota 6.488. Successivamente, il sostegno offerto dai dati sul mercato del lavoro (NFP) e dall’inflazione ha alimentato una nuova gamba rialzista, culminata con ulteriori massimi storici fino a quota 6.730 punti il 19 settembre, in coincidenza con il taglio dei tassi da parte della Federal Reserve.
Grazie alla narrativa sempre più dominante sull’intelligenza artificiale, i prezzi hanno continuato a spingere al rialzo con forza, alimentati da flussi speculativi e da un sentiment euforico che sembrava ignorare qualsiasi segnale di rallentamento macro. L’indice ha raggiunto un nuovo massimo in area 6811 il 9 ottobre, in un contesto di forte concentrazione degli acquisti sui titoli legati all’IA e di volatilità in costante compressione.
Tuttavia, il flash crash di venerdì 10 ha interrotto bruscamente questa dinamica: in poche ore i prezzi sono crollati fino ai livelli di inizio settembre, con una chiusura in area 6552. Il movimento è stato caratterizzato da un improvviso prosciugamento della liquidità nei book e da un’ondata di ordini automatici di stop, che hanno amplificato la discesa.
Il mercato si è parzialmente stabilizzato nel fine settimana, ma la rottura dei supporti di breve periodo e il netto peggioramento del sentiment aprono ora la possibilità di ulteriori ribassi o, quantomeno, di una fase di consolidamento laterale. Quest’ultima sarebbe necessaria per permettere al mercato di costruire una base più solida da cui tentare un nuovo rimbalzo.
L’S&P 500 ha mostrato un’elevata volatilità nelle ultime settimane, oscillando tra i minimi del 10 ottobre in area 6.540 punti e la fascia dei massimi pre-caduta compresa tra 6.708 e 6.801 punti, che rappresenta una resistenza tecnica di primaria importanza.
Finché l’indice non riuscirà a consolidare stabilmente sopra quest’area, il quadro resterà vulnerabile a nuove pressioni ribassiste, in un contesto di sentiment fragile e ancora fortemente condizionato dalle variabili macroeconomiche e dalla liquidità globale.
Il movimento successivo ha confermato l’instabilità della fase di mercato. Lunedì 27 ottobre l’S&P 500 ha aperto con un ampio gap rialzista, proiettando l’indice su nuovi massimi storici oltre quota 6.950 punti. Tuttavia, la settimana è stata segnata da una forte volatilità intraday, alimentata dalle reazioni contrastanti degli operatori al meeting della Federal Reserve e alle trimestrali delle principali big tech. L’alternanza tra euforia e prese di profitto ha generato oscillazioni ampie e disordinate, tipiche di una fase di mercato in cui la liquidità è abbondante ma la fiducia è fragile.
Il quadro complessivo resta impostato al rialzo: il trend primario dell’S&P 500 è ancora bullish. Tuttavia, la dinamica recente evidenzia un mercato in lenta fase di distribuzione ad alta volatilità, dove anche piccoli segnali di debolezza macro o nel comparto tecnologico possono trasformarsi rapidamente in correzioni improvvise.
La prima metà di novembre ha confermato questo scenario. La volatilità è rimasta elevata e i minimi di fine ottobre sono stati nuovamente testati. Per due volte consecutive l’indice ha attaccato l’area chiave 6.650 punti, senza però romperla con decisione. Nella seduta del 14 novembre i prezzi hanno infine chiuso in area 6.765, dopo un recupero che resta comunque fragile e ancora immerso in un contesto di incertezza tecnica.
Dopo una fase di alti e bassi, il 21 novembre i mercati hanno finalmente rialzato la testa, innescando un movimento verticale che ha portato l’S&P a chiudere in area 6857, a meno di 100 punti dai massimi storici. Se il ritmo attuale dovesse proseguire, non sarebbe sorprendente vedere i prezzi spingersi verso la soglia dei 7000 punti già nelle prossime settimane, aprendo così la strada alla riscrittura di nuovi massimi storici.
Dopo la riunione della Fed, i prezzi, sostenuti da un rialzo progressivo e ben strutturato, si sono spinti fino in area 6.924, avvicinandosi ai massimi storici. In questa fase, però, la combinazione tra liquidità ridotta e scadenze tecniche trimestrali ha favorito prese di profitto, riportando le quotazioni verso area 6.800.
Superato il nodo delle scadenze tecniche, il mercato ha avviato il classico mini rally di Natale. In un contesto di bassa liquidità, i prezzi sono tornati a salire con decisione, raggiungendo area 6.993 il 26 dicembre e segnando nuovi massimi storici.
Tra fine dicembre e l’inizio di gennaio il movimento è proseguito in modo più ordinato, con una fase di consolidamento sui massimi e volatilità contenuta. L’S&P 500 ha poi esteso ulteriormente il rialzo, aggiornando i massimi fino a 7.017 punti, segnale di una struttura ancora costruttiva più che di un semplice eccesso tecnico di fine anno.
Nel mese di ottobre, l’S&P 500 ha confermato durante il recente flash crash il supporto chiave in area 6.367–6.346, da cui è ripartito con decisione al rialzo. Questo livello si è trasformato in un punto di riferimento tecnico di grande rilievo su base mensile, segnando una zona di difesa strategica per gli operatori.
La struttura tecnica di ottobre mostra inoltre la tenuta dei supporti in area 6.418–6.374 e 6.480–6.430, con quest’ultima fascia che rappresenta un banco di prova cruciale per valutare la solidità del rimbalzo in atto e la capacità del mercato di ricostruire momentum positivo.
A questi livelli il mercato ha costruito un nuovo supporto mensile compreso tra 6.492 e 6.520 punti, destinato a rappresentare un riferimento tecnico importante nelle prossime settimane. Proprio questa fascia ha impedito un ulteriore crollo verticale nella seduta del 21 novembre, creando un minimo rilevante e innescando una decisa inversione a V sul grafico daily.
A questo livello si affianca il precedente supporto mensile in area 6.560–6.592 punti, mentre un’altra zona tecnica significativa si colloca tra 6.615 e 6.628 punti.
Sul fronte dei livelli intermedi troviamo 6.668 punti, seguito da un supporto chiave compreso tra 6.727 e 6.704 punti. Un ulteriore livello intermedio compare a 6.768 punti.
Il supporto chiave resta collocato nell’area compresa tra 6.811 e 6.862 punti, che rappresenta il principale punto di controllo per valutare la tenuta della struttura rialzista in atto. Una violazione decisa di questa fascia metterebbe in discussione l’impostazione di breve periodo, mentre una sua difesa confermerebbe la solidità del trend.
Al di sopra, il supporto settimanale si posiziona tra 6.871 e 6.895 punti e funge da livello tecnico intermedio, particolarmente rilevante in caso di ritracciamenti più articolati dopo i massimi.
I supporti intermedi si distribuiscono invece nelle aree 6.907–6.923, 6.944–6.953, 6.960 e 6.971–6.996 punti. Questi livelli rappresentano zone operative utili per osservare la reazione dei prezzi e valutare se eventuali correzioni restano fisiologiche o se, al contrario, il mercato sta preparando una nuova fase direzionale.
Sul fronte inferiore, restano individuabili ulteriori aree di appoggio in zona 6.326 e 6.299, sebbene considerate più deboli: in caso di nuova pressione ribassista, i prezzi potrebbero estendere la correzione verso questi livelli prima di trovare una base più stabile.
Un altro supporto chiave si trova si colloca tra 6.234 e 6.188, livello che ha funzionato da area di supporto nelle scorse sedute. Al di sotto, emergono nuovi supporti tecnici a 6.181 e 6.161, seguiti da una fascia intermedia compresa tra 6.141 e 6.136. Più in basso, il supporto settimanale si concentra in area 6.129–6.116, mentre il livello di 6.103 rappresenta l’ex area di breakout dei massimi storici e potrebbe ora agire da sostegno dinamico.
In caso di correzioni più ampie, i supporti di consolidamento del trend si collocano tra 6.074 e 6.050 e, successivamente, nella fascia compresa tra 6.041 e 6.015. Ulteriori livelli tecnici di rilievo si trovano in area 5.993, 5.961 e 5.924. Rimangono confermati i supporti settimanali individuati in area 5.866–5.860, coincidenti con i minimi registrati a fine maggio. Un altro livello chiave da monitorare si trova tra 5.905 e 5.886, area che ha mostrato capacità di attrazione e reazione nei recenti movimenti di prezzo.
La struttura tecnica evidenzia un supporto estremo tra 5.468 e 5.482, zona critica che potrebbe fungere da area di inversione in caso di discese marcate. Subito sopra, il cluster strutturale 5.500–5.540–5.550 rappresenta un riferimento settimanale e mensile fondamentale, con alta valenza tecnica su timeframe elevati.
A livello operativo, i supporti intermedi 5.583–5.595 offrono un range utile per rimbalzi intraday o fasi di congestione, mentre ulteriori livelli chiave si attestano tra 5.624 e 5.689, con area settimanale di sostegno ben definita tra 5.667–5.680–5.689. Da monitorare attentamente anche la zona 5.705–5.710, immediatamente al di sotto del gap aperto il 12 maggio (5.715–5.734), la cui eventuale chiusura potrebbe attivare test tecnici rilevanti su base mensile.
Più in alto, la zona di controllo tra 5.838 e 5.787–5.765 resta strategica per definire la direzionalità di medio periodo. In ottica mensile, i supporti principali si collocano in area 5.146–5.170, con livelli tecnici intermedi disposti su 5.265–5.292, 5.300–5.329, 5.344–5.355 e 5.402–5.441. Altri livelli minori ma significativi includono 5.478, 5.502–5.520 e 5.527–5.548, completando così una mappa di riferimento multilivello essenziale per l’operatività.
Il superamento dell’area 6.200 ha confermato la solidità del trend rialzista in atto, proiettando l’S&P 500 verso un’estensione del movimento fino a quota 6.600, livello raggiunto a metà settembre 2025, e successivamente a 6.800, toccato il 9 ottobre 2025. Per preservare l’impostazione positiva di lungo periodo resta però cruciale la tenuta del supporto chiave in area 6.367–6.346, punto di equilibrio che garantisce stabilità alla struttura tecnica di fondo.
Una volta superata con decisione l’area dei 6.800 punti, i prezzi a inizio anno si sono stabilmente posizionati sopra quota 7.000, livello chiave da cui potrebbe svilupparsi una nuova estensione rialzista. La prima area di resistenza si colloca intorno a 7.015 punti e rappresenta il primo vero test per la continuità del movimento.
In caso di conferma sopra questa soglia, lo scenario di medio periodo apre a un range di obiettivi più ampio, compreso tra 7.200 e 7.700 punti nella prima parte del 2026. La tenuta strutturale dell’area 7.000 resta quindi centrale: una sua difesa consoliderebbe l’impostazione rialzista, mentre una rottura al rialzo accompagnata da volumi riporterebbe il mercato in una fase di accelerazione di breve, con primi obiettivi sui nuovi massimi compresi tra 7.000 e 7.100 punti.
L’evoluzione del quadro tecnico resta tuttavia fortemente condizionata da tre fattori chiave: il livello di liquidità presente sul mercato, l’andamento dei dati macroeconomici, in particolare inflazione e mercato del lavoro, e le dinamiche legate alle decisioni e alla comunicazione della Federal Reserve.
Fintanto che i principali supporti reggono, non si esclude la possibilità di nuovi rialzi anche improvvisi. La strategia operativa rimane improntata all’accompagnamento del trend, con una particolare attenzione all’emergere di segnali di esaurimento in prossimità delle nuove resistenze.
L’approccio resta dunque proattivo, ma prudente: cavalcare il trend finché le condizioni lo permettono, mantenendo flessibilità nell’adattarsi a eventuali cambi di scenario. In caso di cadute significative o violazioni dei supporti chiave, sarà invece fondamentale seguire i prezzi al ribasso, assecondando il movimento correttivo con approccio disciplinato e gestione del rischio rigorosa.
GRAFICO 1 – DE40

Cronologia del Trend e Aggiornamento Tecnico 2024-2026
Dopo aver segnato nuovi massimi storici il 16 maggio 2024 in area 18.937, il DAX ha avviato una fase correttiva graduale, culminata in una brusca accelerazione ribassista che ha spinto i prezzi fino in area 17.000. Da questo minimo è partito un deciso recupero, che ha annullato completamente la discesa estiva e ha permesso all’indice di raggiungere nuovi massimi storici a inizio settembre, toccando la soglia dei 19.000 punti.
Successivamente, in scia alla debolezza degli indici statunitensi, il DAX ha registrato un calo del 3,73%, scendendo fino ad area 18.209, dove ha trovato un solido supporto. Da lì ha avuto inizio un nuovo movimento ascendente che ha condotto l’indice al superamento dei precedenti massimi, raggiungendo il target annuale in area 19.500 con la chiusura di settembre.
Dopo una leggera correzione fino a 18.904, l’indice ha segnato nuovi record il 17 ottobre, toccando area 19.680, prima di avviare un moderato ritracciamento. L’elezione di Donald Trump ha poi generato una correzione più marcata, alimentata dai timori su nuove misure protezionistiche. Tuttavia, nelle due settimane successive, i prezzi sono rimasti compressi all’interno di un range ad alta volatilità compreso tra 19.544 e 18.844.
A inizio dicembre, il DAX ha messo a segno un’accelerazione parabolica, toccando 20.500 punti e segnando nuovi massimi storici. Tuttavia, il crollo degli indici americani del 18 dicembre ha avuto ripercussioni anche sul DAX, che ha ritracciato fino ad area 19.628.
Gennaio 2025 è stato caratterizzato da una fase laterale, fino alla rottura rialzista della resistenza in area 20.513, che ha dato slancio al trend. L’indice ha toccato nuovi massimi a 21.799 e, grazie a una marcata rotazione settoriale, ha superato anche il primo target annuale, raggiungendo 22.629 punti.
Tra metà febbraio e marzo, il DAX è entrato in una fase di consolidamento, con un range definito tra 22.200 e 23.000 punti, senza tuttavia compromettere la struttura rialzista. A fine marzo, i prezzi si sono avvicinati al supporto settimanale 22.344–22.339, e la rottura al ribasso di area 22.000, amplificata dal sell-off verticale dei listini USA, ha innescato una forte pressione ribassista, riportando il DAX in area 18.844 a inizio aprile.
La successiva ripresa ha beneficiato di un contesto macro di miglioramento del sentiment e abbondante liquidità globale, spingendo i prezzi a 20.736 già l’11 aprile. Da lì è partito un nuovo impulso rialzista: l’indice ha prima raggiunto l’area 22.353 a fine aprile, poi ha rotto con decisione la resistenza tecnica a 23.042, aprendo la strada a un nuovo massimo storico.
Il mese di maggio ha visto un lento ma costante movimento ascendente, che ha portato il DAX oltre area 24.000 nei giorni scorsi, prima di registrare una leggera flessione e chiudere la settimana in area 23.649.
L’indice ha registrato nuovi massimi storici all’inizio di giugno, toccando l’area 24.489, prima di avviare una fase correttiva lenta ma marcata che, nel corso della scorsa settimana, ha spinto i prezzi fino al livello di 23.332. Nella seconda metà di giugno, i prezzi hanno avviato una decisa fase correttiva, con un ribasso complessivo di circa 1300 punti. Dopo questa brusca discesa, l’indice ha trovato un primo punto di stabilizzazione, chiudendo a fine giugno in area 24.077.
A metà luglio il DAX ha segnato nuovi massimi storici, raggiungendo l’area 24.651, per poi avviare un ritracciamento e chiudere in calo intorno a 24.225 punti. Attualmente il prezzo si muove all’interno di un range delimitato dalla resistenza in area 24.570-24.640 e dal supporto a 23.976 punti.
Questo movimento riflette un cambiamento del sentiment di mercato, alimentato dai timori per l’eventuale introduzione di nuovi dazi da parte dell’amministrazione Trump nei confronti dell’Unione Europea. Tali preoccupazioni hanno innescato prese di profitto e contribuito ad aumentare l’incertezza tra gli investitori.
Nei primi giorni di agosto il DAX ha registrato un forte sell-off, avvicinandosi al supporto cruciale della tendenza rialzista, compreso tra 23.478 e 23.192 punti. Successivamente l’indice ha invertito la rotta, avviando un recupero che lo ha riportato a testare le resistenze chiave a 24.543 e 24.481 punti. In seguito è rientrato all’interno dell’area 24.402 – 24.330, mantenendosi comunque in territorio sostanzialmente positivo.
Il DAX, a partire dalla fine di agosto, ha avviato una correzione particolarmente violenta che lo ha condotto, nella seduta di venerdì 5 settembre, a ridosso dei supporti cruciali in area 23.459 e 23.142 punti. Questi livelli restano fondamentali per preservare l’impostazione rialzista in atto dai minimi di fine aprile. A metà settembre il DAX ha testato i supporti di medio periodo in area 23.459 e 23.142 punti, complice anche la delicata situazione politica ed economica francese. Da quei livelli l’indice ha innescato una decisa reazione al rialzo, riuscendo a recuperare terreno e a chiudere sopra tali soglie nella seduta di venerdì 19 settembre.
Dopo una lunga fase di accumulazione nelle aree di supporto chiave comprese tra 23.463–23.554 e 23.627–23.741, i prezzi sono esplosi al rialzo in linea con i nuovi massimi registrati da Wall Street, riuscendo a superare le ultime resistenze in area 25.540–25.640 e a segnare nuovi massimi storici il 9 ottobre in area 24.800.
Tuttavia, il flash crash di venerdì 10 ottobre ha improvvisamente invertito la tendenza, riportando le quotazioni sui livelli del 1° ottobre, in area 24.190 punti. Questo movimento ha riaperto lo scenario di ulteriori e potenzialmente violenti ribassi nelle settimane successive, segnando un netto cambio di sentiment e l’inizio di una possibile fase correttiva più profonda.
All’inizio del mese di novembre i prezzi non sono riusciti a mettere a segno un recupero significativo, avvicinandosi il 13 novembre alla resistenza mensile individuata tra 24.692 e 24.569 punti, un’area tecnica che ora assume un ruolo cruciale per la possibilità di rivedere nuovi massimi storici.
Venerdì 14 novembre l’indice ha invertito con decisione, dando origine a un movimento ribassista violento che ha azzerato l’intero rialzo del mese. Questa dinamica, in linea con la correzione osservata sugli indici statunitensi, ha riportato la chiusura in area 23.854 punti.
Nei giorni successivi, fino al 21 novembre, i prezzi sono scesi progressivamente fino a raggiungere l’area dei 23.000 punti, un livello che non veniva più testato da maggio 2025. Proprio l’inversione generale registrata il 21 novembre, accompagnata da un ritorno deciso del momentum rialzista, ha successivamente spinto l’indice verso la fascia compresa tra 23.804 e 23.945 punti.
A partire dall’inizio di dicembre i prezzi hanno ripreso a salire in modo ordinato, recuperando progressivamente i massimi di metà novembre in area 24.285–24.364 punti. La struttura tecnica che ne è derivata si è mantenuta solida e costruttiva, lasciando aperta la possibilità di un nuovo attacco ai massimi storici, a condizione di una continuità del momentum e di un adeguato supporto dei volumi.
Nel corso del mese le quotazioni si sono poi stabilizzate in prossimità di area 24.470 punti, dando vita a una fase di consolidamento sui massimi che ha rafforzato ulteriormente lo scenario di fondo e preparato il terreno a una possibile accelerazione direzionale.
A gennaio il breakout si è effettivamente materializzato. In poco più di una settimana l’indice tedesco ha messo a segno un movimento rialzista particolarmente intenso, con un progresso superiore ai 700 punti, arrivando a stazionare nella seduta di venerdì scorso in area 25.302 punti. La dinamica conferma un quadro di forte pressione rialzista e una struttura di mercato ancora orientata verso nuovi massimi.
Il DAX si muove all’interno di una struttura rialzista ben definita, costruita a partire dai minimi di novembre in area 23.489–23.143 punti, zona che rappresenta il nuovo supporto mensile. Da questa area di accumulazione primaria il mercato ha avviato un recupero progressivo e ordinato, sviluppando una sequenza di minimi e massimi crescenti che ha riportato i prezzi prima verso le aree di equilibrio e successivamente in prossimità dei massimi di metà novembre.
La zona di controllo compresa tra 23.972 e 23.776 punti assume un ruolo chiave come area di supporti intermedi per interpretare l’evoluzione dell’attuale fase di pullback. Un consolidamento stabile sopra questa fascia aumenterebbe le probabilità di costruire una base solida, funzionale a un nuovo tentativo di recupero verso le aree superiori.
Più in alto, l’area compresa tra 24.040 e 24.351 punti rappresenta il nuovo supporto mensile. La tenuta di questa fascia risulterebbe fondamentale per rafforzare ulteriormente l’impostazione rialzista di breve periodo e mantenere intatta la struttura positiva costruita a partire dai minimi di novembre.
Al di sopra, il supporto settimanale si colloca in area 24.486–24.623 e costituisce il primo riferimento tecnico in caso di ritracciamenti fisiologici dopo l’accelerazione di gennaio.
Le aree di supporto intermedie si distribuiscono invece tra 24.678–24.848, 24.903–24.968 e 25.062–25.132 punti. Questi livelli rappresentano zone chiave per monitorare la reazione dei prezzi e valutare se eventuali correzioni restano compatibili con una prosecuzione del trend rialzista o segnalano un rallentamento più strutturato.
Ulteriori livelli tecnici includono le zone 22.619–22.743 (area tipica di accumulo) e 22.279–22.398, considerata il primo supporto settimanale in caso di rottura decisa al ribasso.
Tra i supporti intermedi troviamo la fascia dinamica 22.743–22.900, una zona di congestione rilevante per la struttura di breve periodo, e il livello 23.002 punti, utile per l’operatività intraday.
Infine, i supporti mensili e di lungo periodo includono 21.056–21.010 come livello strategico, 20.801 come supporto principale di lungo termine e l’area compresa tra 22.079, 21.603 e 21.754, che rappresenta ulteriori livelli tecnici da monitorare attentamente.
Il DAX ha completato l’estensione finale prevista per il 2024, situata nell’area 21.000–22.000 punti, superandola con decisione e raggiungendo il target successivo in zona 23.000–24.000. Attualmente, la fascia compresa tra 25.000 e 26.000 punti rappresenta la nuova potenziale area di estensione rialzista di medio periodo, in parte già raggiunta dal mercato. Da questa base potrebbe svilupparsi un’ulteriore fase di allungo, con possibili estensioni verso area 27.000 punti e, in ottica annuale, target più ambiziosi proiettati verso la zona dei 30.000 punti.
Nel breve periodo, le principali resistenze si collocano ora nella fascia compresa tra 25.174 e 25.292 punti. Questa area rappresenta la resistenza settimanale di riferimento e costituisce il primo livello da superare con decisione per confermare la prosecuzione del movimento rialzista in atto.
Dal punto di vista operativo, una chiusura settimanale al di sopra dei 24.918 punti manterrebbe intatto lo scenario di prosecuzione del trend rialzista. Al contrario, un ritorno dei prezzi sotto area 24.567 punti rappresenterebbe un segnale di indebolimento della struttura di breve, con il rischio di avviare una fase di pressione ribassista più profonda e strutturata.
GRAFICO 2 – US30

Dow Jones – Analisi Tecnica 2024–2026
L’indice industriale ha beneficiato di una forte rotazione settoriale avviata a metà luglio 2024, che lo ha spinto a segnare nuovi massimi storici il 18 luglio, toccando quota 41.441. Tuttavia, il movimento è stato seguito da un violento sell-off che ha riportato i prezzi in area 40.000–39.918, culminando poi in una capitolazione il 5 agosto, con ritorno ai livelli di metà giugno in zona 38.400.
Da metà agosto, il Dow Jones ha avviato un recupero verticale che lo ha riportato verso nuovi massimi in area 41.600. A inizio settembre, però, si è verificata una correzione superiore al 3%, con un minimo in area 40.358.
Il successivo taglio dei tassi da parte della Federal Reserve ha riportato al centro dell’interesse i titoli ciclici, rilanciando il rally dell’indice: a fine settembre il Dow ha toccato nuovi massimi storici in area 42.700, sostenuto anche dalla performance eccezionale di JP Morgan, con un’estensione fino a 42.908 il venerdì successivo.
Il trend rialzista è proseguito fino al 18 ottobre, con il raggiungimento di 43.378 punti. Tuttavia, nuove rotazioni settoriali e tensioni geopolitiche hanno innescato una fase di debolezza, riportando l’indice in area 42.000, livello corrispondente ai valori di inizio ottobre.
A metà novembre, è ripartito un nuovo slancio rialzista che ha portato il Dow a un nuovo massimo in area 44.202, prima di subire una brusca correzione fino a 43.000. Da lì, l’indice ha ripreso a salire fino al 5 dicembre, superando con forza i 45.000 punti.
A partire da quel massimo, è iniziata una fase correttiva alimentata da un’ulteriore rotazione settoriale. A inizio 2025, una nuova stretta da parte della Fed ha innescato un’accelerazione ribassista fino ai supporti mensili in area 42.270–42.090.
A metà gennaio, il Dow ha reagito con forza, segnando un nuovo massimo storico a 45.100. Tuttavia, a metà febbraio ha testato nuovamente i massimi senza riuscire a superarli con decisione. Ne è seguita una correzione che si è protratta fino a fine mese, con un ritorno sui supporti in area 43.260–43.150, dove è avvenuto un rimbalzo deciso.
A metà marzo è ripresa la discesa, con i prezzi che hanno toccato area 40.800, corrispondente ai livelli di settembre 2024. Dopo un test delle resistenze tra 42.690 e 42.825, l’indice ha avviato una nuova gamba ribassista, chiudendo il mese a 41.533. Le vendite sono proseguite fino al 9 aprile, quando è stato toccato il minimo in area 36.500.
Da lì è partito un violento rimbalzo che ha portato il Dow a chiudere l’11 aprile in area 40.261. Nelle settimane successive, dopo un pullback in zona 38.251, l’indice ha recuperato progressivamente i livelli di metà aprile, riportandosi in area 40.103–41.300.
Nel mese di maggio, il recupero del comparto tecnologico ha dato nuova linfa anche all’industriale, permettendo al Dow di attaccare nuovamente la resistenza in area 42.757–42.974. Tuttavia, nella giornata di venerdì, i prezzi hanno chiuso in area 41.663, completando anche la chiusura del gap del 12 maggio.
All’inizio di giugno i prezzi hanno toccato quota 43.000, per poi avviare una fase di ritracciamento che li ha spinti fino a 42.054. Da questo punto, i prezzi hanno registrato un significativo rialzo, tornando a testare i livelli di inizio marzo, in area 43.797.
Nelle prime due settimane di luglio, i prezzi hanno messo sotto pressione una delle resistenze più rilevanti, compresa tra 44.846 e 45.049 punti. Successivamente, l’indice ha avviato una fase laterale di consolidamento, in attesa dell’avvio della stagione delle trimestrali previsto per la settimana successiva.
Nel prosieguo del mese, la spinta rialzista è ripresa con decisione, portando i prezzi a superare temporaneamente la resistenza chiave in area 44.832–45.049 e a segnare nuovi massimi storici in zona 45.135 punti.
Con l’avvio di agosto, una correzione iniziale ha riportato le quotazioni verso il supporto cruciale posto tra 43.835 e 43.404 punti, livello attualmente osservato dal mercato per valutare potenziali segnali di inversione o conferme di prosecuzione del trend rialzista dominante.
Da questa area i prezzi hanno avviato un progressivo recupero, concludendo il 22 agosto su nuovi massimi storici grazie alla rotazione settoriale in atto, chiudendo in area 45.768 punti.
A inizio settembre i prezzi hanno continuato a mettere sotto pressione l’area 45.702–45.593 punti, corrispondente ai precedenti massimi storici, senza tuttavia riuscire a superarla in modo deciso. Nonostante ciò, la spinta rialzista è rimasta solida e, salvo improvvisi e marcati sell-off, le probabilità di assistere a nuovi massimi storici nel breve periodo sono rimaste elevate.
Tale scenario si è confermato nella seconda metà del mese: dopo la pubblicazione dei dati sull’inflazione e il taglio dei tassi da parte della Fed, il Dow Jones ha infatti segnato nuovi massimi storici, raggiungendo venerdì 19 settembre l’area dei 46.390 punti.
Nel mese di ottobre, il Dow Jones ha ulteriormente esteso i propri massimi storici, toccando quota 47.049 punti il 3 ottobre. Da quel livello è iniziata una fase correttiva graduale, culminata con il flash crash di venerdì 10 ottobre, che ha riportato i prezzi in area 45.467 punti, ossia sui livelli di inizio settembre.
Da allora, l’indice si muove in un saliscendi caratterizzato da elevata volatilità, con oscillazioni marcate tra la resistenza chiave compresa tra 46.607 e 46.830 punti e un supporto rilevante in area 45.185–45.362 punti.
Dopo il gap rialzista del 27 ottobre, il Dow Jones ha completato la spinta verso nuovi massimi storici, raggiungendo l’obiettivo annuale in area 48.000 punti. Successivamente l’indice è entrato in una fase di consolidamento laterale, caratterizzata da rotazioni settoriali sempre più evidenti.
Il 13 novembre, sostenuto da una chiara rotazione verso i comparti difensivi, il Dow Jones ha proseguito il proprio slancio rialzista aggiornando i massimi a 48.421 punti.
Nella seduta successiva, però, la forte pressione ribassista proveniente dal settore tecnologico ha innescato una correzione rapida e profonda, spingendo l’indice fino in area 47.271.
Il 21 novembre i prezzi hanno segnato un minimo rilevante in area 45.814, livello dal quale si è avviata una reazione particolarmente decisa. Nelle ultime sedute del mese l’indice ha infatti invertito con forza il movimento ribassista, chiudendo novembre con un recupero violento fino all’area dei 47.679 punti.
Nel corso di dicembre, sostenuto dalla rotazione settoriale e dal rinnovato interesse verso i titoli ciclici e industriali, il Dow Jones ha proseguito il proprio movimento rialzista, aggiornando i massimi storici e spingendosi fino in area 48.800 punti, a ridosso del target di medio periodo individuato in zona 49.000.
Con l’avvio di gennaio 2026 i prezzi hanno effettivamente raggiunto e superato questa area, andando oltre le attese iniziali e aprendo la strada, nel breve termine, a un’estensione verso area 50.000 punti. La dinamica conferma una struttura di fondo ancora orientata al rialzo, sostenuta da flussi e leadership settoriale favorevoli.
Il forte rialzo del 22 agosto 2025 ha spinto l’indice a segnare nuovi massimi storici tra settembre e novembre, delineando al contempo una serie di livelli tecnici chiave destinati a orientare le prossime fasi di mercato. Questo movimento ha costruito una struttura rialzista solida, ma anche più esposta a fasi correttive fisiologiche, soprattutto dopo il flash crash di venerdì 10 ottobre.
La zona di controllo compresa tra 44.973–45.117 e 45.185–45.362 punti rappresenta oggi il principale fulcro tecnico. È da quest’area che il mercato ha costruito le ultime accelerazioni e sarà proprio la capacità dei prezzi di mantenersi sopra questi livelli a determinare la direzione dell’indice nelle settimane a venire. Un ritorno stabile di forza da questa fascia rafforzerebbe lo scenario di prosecuzione del trend rialzista, mentre una perdita decisa aumenterebbe il rischio di una fase correttiva più profonda.
Il supporto chiave di breve e medio periodo si colloca in area 46.010–45.859 punti, una fascia tecnica di primaria importanza che rappresenta il principale livello di difesa per preservare l’impostazione rialzista. La tenuta di questa zona è essenziale per evitare un’estensione della correzione e per favorire un ritorno della pressione in acquisto nelle prossime sedute. A questo primo livello si affiancano ulteriori supporti utili per monitorare l’evoluzione del mercato, in particolare l’area 46.792–46.359, individuata come nuovo supporto mensile, e il livello 46.985, che funge da ulteriore riferimento di difesa dinamica.
Sul piano settimanale rimane rilevante l’ampio supporto compreso tra 47.770 e 47.180 punti, vero riferimento strutturale per valutare la solidità del trend di medio periodo. Finché i prezzi restano sopra questa fascia, il quadro di fondo rimane costruttivo. Completano il quadro tecnico i supporti intermedi di breve periodo, individuati nelle aree 48.068–48.455 e 48.787–49.140 punti. Si tratta di zone chiave in cui, in presenza di fasi di debolezza ordinata e controllata, potrebbero emergere tentativi di stabilizzazione dei prezzi o nuove ripartenze del flusso degli acquisti, a conferma della solidità dell’impostazione rialzista di fondo.
Restano validi i livelli di supporto a 45.546–45.423 punti.
Nel complesso, la struttura rimane complessa e caratterizzata da forte rotazione settoriale, ma conserva ancora un orientamento favorevole al mantenimento del trend di fondo, purché questi livelli continuino a offrire tenuta.
Restano confermati i livelli inferiori a 44.880, 44.474–44.353 e 44.259–44.137 punti.
In un’ottica di più lungo periodo, il nuovo supporto mensile si posiziona invece tra 44.034 e 43.823 punti, soglia che rappresenta la base tecnica di riferimento per la tenuta strutturale del trend di fondo.
Il supporto principale rimane confermato nell’area 41.765–41.250, che ha finora contenuto con efficacia la pressione ribassista. A questo si affianca la fascia mensile compresa tra 41.908 e 42.408, oltre ai sostegni tecnici a 42.567–42.813, 42.956–43.289 e al livello di breve termine 43.404, oggi particolarmente rilevante per valutare eventuali segnali di inversione o prosecuzione del trend dominante.
Tra i supporti intermedi si segnalano le aree 38.251–38.569–39.217 e 39.376–39.644, mentre la fascia critica 38.776–37.343 rappresenta uno snodo decisivo: la sua tenuta potrebbe favorire un rimbalzo, mentre una rottura aprirebbe la strada a test più profondi.
Infine, in ottica di medio periodo, restano da monitorare i livelli 36.762 e il supporto mensile 36.465–36.342: una rottura al ribasso di quest’area aumenterebbe in maniera significativa il rischio di correzioni estese.
Raggiunto il target intermedio in area 39.000–39.300 punti e centrati progressivamente tutti gli obiettivi annuali individuati a 40.000, 42.000 e 45.000 punti, il Dow Jones ha proseguito la propria traiettoria rialzista fino a toccare quota 46.000 punti, estendendo poi l’impulso verso area 48.000 punti, livello indicato come target finale per il 2025.
Con l’avvio del 2026 i prezzi si sono spinti ben oltre quota 49.000 punti, confermando la forza del trend di fondo. In questo contesto, la possibilità di ulteriori estensioni verso area 50.000–52.000 punti nel corso del trimestre rimane concreta, sostenuta da un momentum ancora favorevole e da una struttura tecnica che ha mostrato un consolidamento solido e ordinato.
L’area più elevata e tecnicamente rilevante è attualmente compresa tra 49.346 e 49.527 punti. Questa fascia rappresenta la zona dei massimi recenti e di offerta primaria, dove il prezzo ha già evidenziato difficoltà nel proseguire l’allungo. Un superamento stabile e confermato di questa area aprirebbe spazio a nuove estensioni rialziste, mentre finché le quotazioni resteranno al di sotto è fisiologico attendersi fasi di pausa o ritracciamenti di breve periodo, senza che ciò comprometta l’impostazione rialzista di fondo.
Grazie ai riposizionamenti di fine anno e al taglio dei tassi della FED, il mercato dispone ora delle condizioni necessarie per proseguire la fase rialzista nel breve termine. In questo contesto sarà essenziale monitorare con attenzione la tenuta dei supporti e delle resistenze settimanali, che rappresentano i principali punti di riferimento tecnici per valutare se il trend positivo potrà consolidarsi oppure se, al contrario, aumenterà il rischio di una correzione più profonda.
Alla luce di questi elementi, rimane concreta la possibilità di una prosecuzione del movimento rialzista, che tuttavia dipenderà in larga misura dall’evoluzione dei dati macroeconomici, dalle tensioni commerciali legate alle politiche dell’amministrazione Trump e dagli eccessi tecnici accumulati nel corso delle ultime settimane.
Annotare l’apertura del lunedì e la chiusura del venerdì per valutare conferme o inversioni della tendenza settimanale.
Evitare l’overtrading, specialmente in contesti di incertezza o di direzionalità poco chiara.
Prestare massima attenzione alla volatilità generata dagli HFT (High Frequency Trading), soprattutto nelle fasi di apertura e chiusura dei mercati.
Segnare con cura eventuali gap, in particolare quelli che si formano nella giornata di lunedì, poiché possono offrire segnali importanti per l’analisi tecnica della settimana.
Buon trading!